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Storia e storie di confine[1]

 

di Annamaria Vinci

 

Vorrei iniziare raccontandovi  parole di letterati, scrittori, poeti: sono loro spesso ad aver colto prima, con una sensibilità acuta e forte ciò che gli storici hanno elaborato dopo, passando attraverso strade più tortuose.

Nelida Milani, straordinaria autrice delle nostre terre, così descrive le condizioni della gente di «confine»: «Gente di confine significa anche fragilità estrema. L’Istria ha il profumo di questa fragilità, di un luogo prenatale dove avversione e attrazione, ancora indistinguibili, sono una componente dell’aria stessa». È il grigio il colore di questa realtà, ma è un grigio – dice Nelida Milani – di una particolare natura:

 

Il grigio è la bruma del non luogo, una entità misteriosa, che produce spaesamento, stupore, paura, curiosità, invito a camminare ognuno nelle scarpe dell’altro, facendo capriole,  libertà da ogni senso opprimente di appartenenza […] puoi essere di volta in volta italiano, croato, istriano, europeo […] puoi respirare in profondità uno dei paesaggi multipli che ognuna delle persone che vive qui porta dentro di sé e puoi respirarli tutti insieme…

 

Fino a quando qualcuno non se ne accorge, e allora quella calma, quella mitezza da sogno sveglia il «Dio degli scacchi» che immediatamente separa il bianco dal nero, gli uni dagli altri, lacerando l’indistinto.

È  con poche frasi che questa scrittrice va nel cuore di quanto è accaduto, ti fa sentire una storia di tragiche sofferenze, che si è protratta lungo tutto il corso del Novecento, con un crescendo continuo che solo ora e solo oggi noi dobbiamo aver la forza di superare. Non di dimenticare. È la cattiva memoria, il non detto per troppi opportunismi, per troppe logiche di convenienza che ci ha imposto di celebrare quello che avremmo invece potuto ricordare e cercare con la passione di chi vuole conoscere, discutere, riscoprire, mettersi in discussione con il coraggio del rischio. Con la possibilità, forse, di elaborare un lutto e darci un futuro.

«Per troppo tempo la foiba – è sempre Nelida Milani a parlare – è stata volta in diniego, rifiuto, vendetta, alibi, giustificazione, accusa, colpevolizzazione, decolpevolizzazione, giustizia». Quante parole agre per descrivere che cosa ha comportato il non aver voluto scoprire un nodo, anzi, i molti nodi di una storia di confine.

Innanzitutto, questo termine: confine, che tranquillamente si sovrappone al termine «frontiera».

Frontiera… Confine: non sono termini interscambiabili. Meja (medium), «in mezzo, tra»; confine: cum finis; confine e meja sono termini che accettano una parte condivisa in prossimità del limite, del «finis». Frontiera traduce il termine «die Front» (la fronte): termine bellico, punto preciso di lacerazione.

Quando quel con-fine è diventato frontiera? E perché è importante capirlo? Perché dobbiamo capire un contesto aspro prima di entrare nella storia e nella memoria delle foibe e dell’esodo? Le pagine della storia non si possono leggere a balzi. Il problema è che  ciò non ci deve portare ad una sorta di catena consequenziale che appiattisce, che giustifica tutto e che alla fine non aiuta a capire un bel niente. È necessario valutare e distinguere. Operazione difficile sempre. Ma non impossibile.

È  quindi essenziale ricordare i modi e i termini in cui i nazionalismi, nel senso della negazione dell’altro e della prevaricazione sull’altro, divennero il sangue d’Europa: un fenomeno di massa che si costruì alla fine dell’Ottocento dando un’ossatura a identità confuse, a desideri di spazi egemonici per classi, ceti, etnie precedentemente nell’ombra. Il fenomeno è complesso, ma è da lì che partono le contrapposizioni di cui si diceva e di cui la Venezia Giulia risente allo stesso modo di molte aree europee e centro europee con vaste zone mistilingui. Nazione e nazionalismo non si declinano allo stesso modo qui e in Italia ancor prima del 1918. La Venezia Giulia – scrive lo storico Ernesto Sestan – è terra di nazionalismi esasperati e feroci, una terra in cui sono tramontati presto gli ideali di equità e di tolleranza dell’Ottocento liberale. Qui, continua Sestan, «i termini del conflitto trascendevano d’assai […] il modesto ambito della vita regionale e si ispiravano a idee e passioni che fanno così feroce l’Europa contemporanea».

Poi la Grande guerra e l’esito tragico di un evento in cui pur molti avevano sperato per far rinascere una nuova fratellanza tra i popoli. Non è così, non andò così, perché la violenza giocò un brutto scherzo alla società europea: creò una strada senza ritorno, non mise a tacere il pullulare dei nazionalismi, non seppe gestire il problema delle minoranze nazionali. A tale proposito, Ernesto Sestan, storico di fama nazionale più sopra citato, usa parole acutissime e concetti limpidi in un suo saggio famoso sulla Venezia Giulia. Come si poteva parlare – e il presidente Wilson lo fece – di autodecisione dei popoli e suscitare quindi speranze e certezze in zone mistilingui come quelle appena descritte, «dove ogni nazionalità rivendicava quel diritto per sé  e non per l’antagonista?». Sestan, nato ad Albona, scrive quest’opera nel 1947 sapendo essere l’Istria già di fatto separata dall’Italia e, mentre mantiene lucidissima l’analisi storica, dedica le sue pagine «alle ceneri dei miei vecchi, là nel cimitero di Albona, queste brevi pagine di una storia che continua» .

E dopo il 1918 vennero a caduta gli anni dello scontento, dello spaesamento, delle violenze, del disagio sociale, delle piazze infuocate, delle squadre fasciste: è una società che non si ricompone più, una società in cui «l’altro», il diverso per idee, lingua, costumi, nazionalità è il nemico da cancellare, non è l’antagonista politico con il quale si discute e poi magari si costruisce qualcosa. Vent’anni di fascismo: una dittatura, un regime totalitario che nega diritti politici e diritti civili a tutta l’Italia, che esclude «i diversi» e  coloro che non si vogliono convertire al nuovo credo. Le numerose popolazioni slovene e croate incluse nelle nuove frontiere subiscono un sovrappiù di angherie, a partire da quel rogo tremendo che nel luglio del 1920 mette a ferro e a fuoco l’edificio del Narodni Dom nel centro di Trieste: l’evento pareggia i conti con altri incidenti ed altre uccisioni avvenute per mano jugoslava a danno di italiani, a Spalato?  Ciò rappresenta solo una parte della verità. Né stabilire le cause precise di tutta la dinamica dell’accaduto è sufficiente. Quel rogo è un simbolo: simbolo di purificazione (termine grave e tremendo), dicono e scrivono i capi fascisti. Da quel momento infatti si segna una svolta (un’altra svolta) nella storia dell’area al confine orientale: «i paesaggi multipli» (Milani) finiscono. Mai più verrà riconosciuto il diritto di cittadinanza ai molti sloveni e croati che vivono alla frontiera orientale: diritto di esprimersi nella loro lingua in pubblico, diritto di coltivare la loro cultura, diritto di esserci come persone pubbliche. Essi sono «sudditi e non cittadini» dice ancora Sestan: con la dittatura tutti diventano sudditi, ma a quei particolari sudditi tocca in sorte di sopportare un peso maggiore. Per loro quelle fiamme dell’estate del 1920 restano un simbolo, ma sono il simbolo della paura, i fantasmi dell’impotenza e dell’angoscia, di una tristezza infinita, come scrive Boris Pahor rievocando i suoi incubi di bambino. Con questa e col succedersi di altre gravi violenze ad opera del partito fascista e dello Stato fascista si coltiva l’estraneità e la separazione di una parte numerosa d’uomini e donne di frontiera da una comunità ormai lacerata, capace solo di compattarsi «contro»: i semi dell’odio così si annidano tra gli esclusi e le prime ribellioni prendono corpo. Èquesto l’antifascismo democratico, ricco di quei valori che legano le persone tra loro in nome della solidarietà, del bene comune, del reciproco riconoscersi? Non sempre, non in ogni caso.

Gli anni dell’odio precipitano intanto velocemente (e cosa c’è di più facile?): i fascisti sono riusciti bene in una cosa soprattutto, nel convalidare l’eguaglianza italiano = fascista, un’eguaglianza gridata, elevata a trofeo. Il regime riesce intanto a sviluppare – con la persecuzione antiebraica – anche quel nodo oscuro di pulsioni razziali che teneva nel suo grembo. A Trieste altri «diversi» sono da escludere: i moltissimi ebrei che da secoli vivono in città, portando ricchezza economica, culturale e i preziosi doni di una molteplicità di esperienze di vita che solo loro possono aver accumulato per le vie d’Europa.

Quando la guerra spalanca le sue porte comincia la resa dei conti.

«Santa messa per i miei fucilati» urla dalle pagine del suo diario il cappellano don Brignoli, che segue alcuni reparti militari italiani nell’occupazione della Jugoslavia. Quei fucilati sono sloveni fucilati, che il prete sente suoi, non solo per carità cristiana, ma perché quell’inutile massacro terrorizza lui e spesso fa tremare le vene ai polsi anche ai giovani soldati italiani che fanno parte dei molti plotoni d’esecuzione contro partigiani e popolazione civile («i soldati non volevano più sparare; nessuno più fiatava; e, in quel silenzio, si udivano più strazianti i gemiti dei condannati»). Le scene di quella guerra devono far parte della memoria di tutti noi, sono una pagina di storia da leggere, tutta, fino in fondo. Dov’è il «buon italiano» del mito? Certo c’è in quei soldati che tremano, c’è in tutti quelli che di nascosto aiutano la popolazione civile, c’è in quei soldati laceri che risalgono per la penisola balcanica e spesso, molto spesso sono aiutati dalla popolazione civile. Non c’è tuttavia nella strategia di quella guerra, nella filiera di comando che deve rispondere alla logica dei vertici militari: non occhio per occhio, e dente per dente ma «testa per dente»; sono le parole d’ordine di questi ultimi che in tal modo indicano la strada violenta da percorrere.

E moltissimo ancora si potrebbe dire, facendo l’elenco di altre stragi, distruzioni di paesi, deportazioni. È  un errore girare lo sguardo dall’altra parte anche perché mai una strage giustifica l’altra, mai la parola «vendetta» è sufficiente a capire altri abissi di violenza che sembrano inghiottire tutto e tutti.

Molto prima che la guerra finisca sono pronte le rivendicazioni jugoslave sulla Venezia Giulia, è chiarissimo l’intento di annessione: proclami avanzati con tutta la forza della sua autorità dal Consiglio antifascista della popolazione Juogoslava e minacce continue sono il pane di quei giorni. Le foibe istriane sono il primo tremendo annuncio di ciò che appare a prima vista una vendetta incontrollabile. In realtà il quadro è molto più complicato fin da quel settembre 1943, perché dietro l’apice di arresti, uccisioni, infoibamenti si nasconde appunto un progetto, per quanto ancora disorganico: controllare il territorio e ripulirlo dai «nemici del popolo» è la parola d’ordine dei nuovi poteri popolari. E il termine «nemici del popolo» è una categoria, un simbolo, non indica persone concrete, delitti precisi. I nemici del popolo possono così essere tanti: gli italiani innanzitutto (per cui è fatta drammaticamente valere l’equazione italiano/fascista), ma anche coloro che si oppongono all’egemonia del partito comunista. La paura che dilaga è l’effetto più immediato di questo primo atto di repressione violenta. Ma fermiamoci ancora un momento a considerare il concetto di «nemici del popolo»: la logica dell’eliminazione, quella che può essere definita «l’epurazione preventiva» del nemico «italiano», ma anche del nemico «politico» apreuna serie di questioni, appresta un notevole numero di trappole.

C’è un altro concetto cruciale, quello della «fratellanza italo-slava» che i comandi partigiani sloveni e croati usano come nucleo argomentativo forte; esso è di certo la chiave di volta per essere voce ascoltata tra le forze di Resistenza: esse sono italiane e slovene e croate e hanno un nemico comune da combattere (fascismo e nazismo); bisogna rinsaldare legami importanti in un momento cruciale. Ma nello stesso tempo quel concetto è un ombrello protettivo fatto di valori «alti», sotto il quale la forza delle rivendicazioni nazionali e dell’espansionismo jugoslavo ottiene legittimazioni ampie, anche da parte di molti italiani antifascisti comunisti che nutrono il sogno di profondi cambiamenti sociali, l’utopia di uno stato nuovo, di un internazionalismo portatore di pace. Il modello comunista, di cui Tito è l’interprete più vicino è largo di promesse. Non tutti i comunisti italiani accettano ad occhi chiusi; avvertono la pesantezza dei propositi annessionistici, l’urgente pressione di un forte nazionalismo, ma per scelta o per necessità, il loro  ruolo è subalterno, le loro posizioni confuse e cariche di contraddizioni. Dai vertici fino ai partigiani combattenti: sono anzi questi ultimi a chiedere chiarimenti che non vengono. Comunisti di Pirano, nell’autunno del 1945 fanno giungere una lettera a Togliatti, descrivendo la loro disperazione: «Ci consegnarono dei moduli che si dovevano far riempire e che richiedevano la Jugoslavia… L’accusa di fascista a chi non firmava era troppo dura per un comunista. Dateci immediatamente un cenno su quanto vi chiediamo…». Non risultano risposte.

Per tutti gli antifascisti al confine orientale tutto questo significa fare i conti con una Resistenza che si porta «dentro» altre forti lacerazioni, quelle nazionali ed etniche che  sembrano ancor più profonde delle altre. L’episodio di Porzûs non fu un incidente di percorso.

Le esplosioni di ferocia che con le foibe istriane aprono la strada alle altre del maggio 1945 sono parte di un panorama costellato da continue ondate di violenze, da crimini innumerevoli: la Risiera di San Sabba apre i battenti nella primavera del 1944 nell’immediata periferia di Trieste. Quanti sono i morti e qual è il tormento per tutti quelli che sono  trascinati su treni silenziosi, che pochi vedono, verso i campi di sterminio nazista? È faticoso leggere insiemetutti questi eventi, ma una ragione c’è: il soggetto-principe delle guerre moderne, e cioè la popolazione civile, è in realtà molte volte un soggetto dimenticato, quasi fuori scena. Ma è sulle molte vite di uomini e donne e bambini che tutti i possibili imbarbarimenti della guerra si sono scatenati: è forse questo un punto d’osservazione privilegiato per capire l’essenza delle cose e per sperare poi di non ripetere.

Guardando da qui riusciremmo a sentire che abbiamo bisogno di fare finalmente i conti con le persone e non con i trofei di cui l’una o l’altra parte politica si fa vanto. Parlo ad esempio di Norma Cossetto, icona, suo malgrado. Recentemente un libro, con tratti delicati e coraggiosi, ha voluto guardare  ai giovani anni di questa donna stuprata e infoibata. Quali le sue colpe precise? Quali i delitti commessi? Era figlia di un esponente fascista, era iscritta alle organizzazioni fasciste, come moltissimi allora. La tragica legge per cui i figli devono pagare per i padri non poteva e non doveva valere per chi proponeva un nuovo umanesimo. Tremenda è stata la negazione di quegli alti ideali di vita e di pace. Tremendo l’inganno per quanti (e furono moltissimi) si sacrificarono per essi e per tutti coloro che morirono inermi subendo il progetto di morte fascista e nazista.

E poi arrivò il maggio torbido del 1945. L’immagine di Quarantotti Gambini (,) è chiarissima: «Lente, squadrando i passanti, sfilano le ronde jugoslave, armate come se andassero al fuoco… Mitragliatrici sono appostate agli angoli di piazza Unità.. Sentinelle armate jugoslave in Municipio… Sentinelle jugoslave alla prefettura».

Il senso dello straniamento è totale: spesso festanti sono gli sloveni del Carso che increduli possono entrare in città per portare le loro bandiere; ma increduli sono anche partigiani italiani comunisti che scendono in città dalla periferia e vengono presi a male parole da uomini dell’Armata di Tito: «Come? – è il partigiano italiano che parla –  Abbiamo combattuto, c’è stata la Liberazione! Dopo quello che hanno fatto i tedeschi che hanno distrutto mezzo mondo, ci trattavano in quella maniera?».

Un diluvio di sequestri, di arresti, di uccisioni: i tribunali del popolo, la folla scalmanata e urlante che accompagna le esecuzioni. Vendetta, odio e progetto: si rovescia un mondo in cui i rapporti gerarchici erano precisamente delineati (nelle campagne sono spesso i contadini ed i mezzadri a fomentare la ribellione verso i loro antichi padroni). La polizia politica partigiana, l’OZNA, sa dove vuole arrivare: di nuovo si può parlare di «epurazione preventiva» contro chi per motivi nazionali e politici si oppone (o può costituire un ostacolo ai progetti di Tito per una Jugoslavia forte). La strage è pesante: la documentazione finora consultata, pur sottolineando i molti punti oscuri ancora presenti, parla di circa 4000 vittime in 40 giorni: fate i conti, per capire… quello che si può capire.

Si apre infine il vuoto dei molti esodi: l’Europa intera è piena di spettri vaganti, di coloro che tornano dai campi di concentramento, dei militari smobilitati, delle genti cacciate dalle terre perse col conflitto, dei tedeschi vinti che cercano una patria, dei molti senza più nulla. L’Istria sta in questo quadro: si svuota a ondate, via via che si definisce il confine mobile dell’armistizio e della pace, via via che la paura cresce nei villaggi e nelle città. Per le autorità jugoslave (,) bisogna aderire al nuovo credo, accettare il nuovo sistema di governo, le nuove riforme agrarie, l’egemonia rovesciata delle identità nazionali. Altrimenti si è fuori dal cerchio della comunità e della cittadinanza: è una logica che abbiamo già trovato ad alimentare altre costruzioni di regime. Un nuovo ceto dirigente si prepara al posto di quello antico, dalle campagne i contadini croati si muovono verso la costa, nuove nazionalità risalgono verso l’Istria dal resto della Jugoslavia. I nemici del popolo (in massima parte italiani, ma non solo) se ne devono andare. Pressioni di ogni tipo spingono fuori dall’Istria e da Fiume ( per Zara la questione è parzialmente diversa) almeno il 90% della popolazione italiana.

«L’amaro in bocca dell’agonia, con la testa bassa, come per penitenza a migliaia se ne andarono»: è Biagio Marin a trovar parole; è Fulvio Tomizza a darci l’immagine plastica dei paesi abbandonati, dei microcosmi violati, dove per anni si erano mescolati nazionalità ed etnie diverse, culture diverse, ricchi e poveri, giovani e vecchi.  Un mondo contadino con le sue regole, non di certo il mondo dei sogni: ma un nido sicuro. Quando partì Bortolo – egli scrive nel suo romanzo d’esordio, Materada, ricordando la figura di un dio contadino «[…] fu per noi come quando una pecora riesce a trovare uno spiraglio tra la siepe per buttarsi nell’altro campo e allora le altre perdono la testa e lasciano lì tutto per correrle dietro». Chi poteva più resistere in una comunità frantumata? Chi poteva resistere fuori da quelle comunità frantumate senza la lama della nostalgia che spesso solo il rancore rende meno aguzza?

L’Italia stremata dalla guerra non capisce, accoglie a fatica, rimuove il segno di una guerra persa. In alcune città i treni silenziosi di gente impaurita vengono accolti a insulti, perché quella gente è considerata «fascista». Altre città mandano segnali diversi: non solo Trieste, dove pure i primi rifugi sono precari e tristemente famosi (entrare nel Silos era come entrare in un girone dell’inferno dantesco, scrive  Marisa Madieri), ma anche Torino, dove il sindaco comunista Negarville mostra attenzione e premura. Per lunghi anni, comunque, è difficile andare oltre ai problemi dell’ammassamento di persone in luoghi non attrezzati e angusti, dove nessuno può ricomporre i fili spezzati della sua storia né il dolore di ognuno e di ogni singola famiglia  può esser stemperato. La percezione dell’abbandono è forte e destinata a restare nel fondo dell’anima. Nelle diverse aree del Paese verso cui i profughi affluiscono, l’integrazione è lenta. Molti silenzi, è vero, troppo spesso strumentali accompagnano un evento importante della storia d’Italia.

Le decisioni del «Dio degli scacchi», per riprendere, dunque, l’immagine di Nelida Milani non mutano solo le carte geografiche, le linee di confine tracciate prima col gesso e poi col filo spinato: stravolgono vite. Le divisioni d’Europa e del mondo, i repentini mutamenti di alleanze, i dissidi ideologici entrano nella carne delle persone. Le memorie del dopoguerra giuliano devono essere lette da questo punto di vista e poi capite nel quadro degli sconvolgimenti europei del Novecento: non per minimizzare, ma per accoglierle pienamente nella nostra storia – italiana ed europea – fatta di incubi e di ideali, di distruzioni e di percorsi di sopravvivenza; i drammi non si possono rimuovere; le domande continue, martellanti, anche quelle che danno fastidio occorre che trovino persone disposte a discutere, a confrontarsi. Forse tutto non si potrà comprendere, ma molto ci si deve impegnare ad ascoltare e a conoscere.  Altrimenti il vuoto che si apre tra gli uni e gli altri sempre in cerca di barriere da difendere disperatamente è presto colmato da parole inutili, che non hanno il coraggio della speranza, che non sanno scommettere su un futuro diverso né lavorare per esso.

 

 

Bibliografia di riferimento (brevi cenni)

 

E. Apih, Trieste, Bari 1988.

G. Crainz, Il dolore e l’esilio, Roma 2005.

T. Ferenc, La provincia «italiana» di Lubiana, Udine, 1994.

E. Miletto, Istria allo specchio, Milano 2007

A.M. Mori, N. Milani, Bora, Como 1998 (II ed.).

R. Pupo, R. Spazzali, Foibe, Milano 2003.

R. Pupo, Il lungo esodo, Milano 2005.

F. Sessi, Foibe rosse, Venezia 2007

E. Sestan, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Roma 1947.

«Tempi e cultura», Rivista semestrale dell’ IRCI, anno II, n.3, numero unico su Foibe ed esodo.

G. Valdevit (a cura di), Il peso del passato, IRSML, Venezia 1997.



[1] Si tratta dell’intervento letto dall’autrice di fronte al Consiglio provinciale di Trieste in seduta plenaria, in occasione del Giorno del Ricordo. Lo stesso intervento è stato messo in rete dalla Provincia di Trieste.

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