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Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia
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Materiali sul confine orientale

 

Il confine orientale italiano, 1797-2007. Cartografia, documenti, immagini, demografia

di Franco Cecotti e Bruno Pizzamei

 

“Un percorso tra i luoghi della tolleranza e dell’inclusione della Provincia di Trieste: una guida”

Dalla tolleranza all’inclusione

 

di Giovanna Paolin


La parola “tolleranza” oggi è vista giustamente con sospetto. Tolleranza infatti significa accettare qualcuno o qualcosa, ma quasi come un peso da tollerare, appunto, non comprendendo per contro la scelta di riconoscere all’altro parità e piena dignità, la via cioè dell’inclusione. È comunque un termine che ha una nobile tradizione ideologica. Nella prima età moderna l’Europa si trovò dilaniata dalle lotte politiche e religiose, con persecuzioni dolorose messe in atto equamente dai diversi schieramenti ma facilmente identificate dalla voce popolare con la sola storia delle Inquisizioni cattoliche, prima quella medievale, poi quelle iberiche e quella romana. Non fu facile il compito di quei pensatori che fin dal Cinquecento, per citare solo Erasmo da Rotterdam e Sebastiano Castellione, tentarono di aprire un dibattito sul concetto di tolleranza, di quanti come Montaigne meditarono sulla relatività delle differenze. Fu il solo sovrano di Ungheria Giovanni II a raccogliere questa sfida, fino a promulgare nel 1568 un editto di tolleranza contro le discriminazioni religiose, mentre la Pacificazione di Augusta (1555), l’Editto di Nantes (1598), o la pace di Vestfalia (1648), ebbero una valenza ideologica assai più limitata. Il viaggio dei puritani Padri Pellegrini (1620) alla ricerca di una nuova terra di libertà sembra una buona immagine di quanto l’Europa faticasse ad accettare nel suo seno le diversità ideologiche. Lo sviluppo del pensiero però, in particolare dal pieno Seicento, avviò gradualmente la scoperta di modelli nuovi e la stagione poi dell’Illuminismo seppe, nelle sue diverse anime, dare frutti straordinari, pensatori come Locke e Voltaire seppero dare contributi fondamentali allo sviluppo dell’idea di tolleranza. Si esplorarono tra l’altro nuove frontiere in campo giuridico e in quello politico. Questo percorso complesso ed entusiasmante portò infatti alla scrittura di testi fondamentali sui diritti, alla Costituzione americana, alla Dichiarazione francese. Questi documenti sono rimasti come tappe centrali nel cammino dell’Occidente, ma la strada verso una vera capacità di inclusione, la conquista di un riconoscimento di parità capace di allargarsi a tutti sarebbe stato ancora lungo e difficile, fino ad oggi. La lotta per eliminare le discriminazioni, di ogni tipo, sembra infatti riaccendersi costantemente sotto la pressione di tensioni e paure, specie nei momenti di crisi.

La piccola città di Trieste fin dal Medioevo aveva, forse per necessità di sopravvivenza, di fatto adottato un costume di inclusione delle diverse anime del territorio, costume che era sopravvissuto, con qualche momento di difficoltà nella seconda metà del Seicento, fino alla decisione imperiale di apertura del Portofranco (1719). Da Vienna allora si scelse di dar vita ad una nuova politica di economia portuale e nei decenni successivi venne deciso, ovviamente, di mettere in atto una politica capace di attirare investitori di ogni provenienza. Come d’uso per queste istituzioni, vennero concesse delle patenti, che garantivano ai diversi gruppi libertà di associazione e di rito. Il più tardo e generale Editto di tolleranza (1781) emanato da Giuseppe II risultò in realtà molto meno aperto rispetto alle locali patenti già in possesso alle diverse comunità e semmai si rivelò importante la scelta di riordinare amministrativamente e vendere delle proprietà ecclesiastiche, come l’antica chiesetta di San Silvestro, che passò così a quella che è oggi la comunità elvetico-valdese. Per questo la parola “Tolleranza” a Trieste è evocativa di un’epoca e di eventi molto importanti. In una città posta nell’ambito di un impero multinazionale, divenuta rapidamente cosmopolita e ricca di personalità impegnate nel commercio internazionale, nelle assicurazioni e nelle imprese di navigazione, basti ricordare tra tutti i baroni Pasquale Revoltella e Karl Ludwig von Bruck, molti guardavano con disincanto e libertà a diversità e confini, statali o di gruppo. Questo clima inclusivo, pur ormai limitato dall’idea di tolleranza, restò quindi in qualche modo sotteso al modo di vivere locale, anche se dall’Ottocento in poi travagli drammatici funesteranno queste terre, ideologie e tensioni nazionali porteranno a situazioni quanto mai amare e difficili, prima che potesse essere faticosamente riscoperta e rivalorizzata la preziosa strada dell’inclusione, del riconoscimento della ricchezza portata dall’accoglienza delle diversità.


Afferamzione e crisi dell'italianità adriatica

Un progetto del Comune di Rimini, dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia (IRSMLFVG), del Dipartimento di scienze politiche e sociali dell'Università di Trieste, dell'Associazione delle Comunità Istriane (erede del CLN dell'Istria), con il sostegno dell'Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, della Provincia di Rimini e dell'Istituto storico di Rimini.

La mostra ha il patrocinio dell'Associazione ADES (Associazione Amici e Discendenti degli Esuli Giuliani, Istriani, Fiumani e Dalmati). Si ringrazia per la collaborazione Mattia Vitelli, delegato provinciale dell'Associazione ADES.

Direzione scientifica: Raoul Pupo, Università di Trieste Dipartimento di scienze politiche e sociali

Comitato scientifico: Roberto Spazzali (IRSMLFVG), Fabio Todero (IRSMLFVG) e Chiara Vigini (ACI)

Coordinamento: Laura Fontana, Responsabile del Progetto Educazione alla Memoria del Comune di Rimini.

 

Roma, 9 febbraio 2012


L’intervento di Raoul Pupo al Quirinale, in occasione delle celebrazioni ufficiali per il Giorno del Ricordo 2012

 

Le vie della memoria

 

Un percorso tra le violenze del Novecento

nella Provincia di Trieste

 

 

Soggetto e scenneggiatura: Raoul Pupo, Roberto Spazzali

Con la partecipazione di: Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Fabio Todero, Silva Bon, Marina Rossi, Milan Pahor, Tristano Matta

 

«Da tempo la Provincia di Trieste sostiene i progetti di ricerca che l'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia dedica alle vicende giuliane del secolo scorso. Questo DVD, che riprende e amplia una pubblicazione del 2006, si offre come un itinerario, fatto da schede, che si snoda tra luoghi ed episodi che hanno marcato la storia di Trieste e della sua provincia: un percorso destinato a contribuire a una conoscenza più dettagliata e meno faziosa delle tragedie di queste terre segnate da una costante alternanza di convivenza e lacerazione, di speranze e di frante illusioni, di atrocità e mistificazioni».

 
Maria Teresa Bassa Poropat

Presidente della Provincia di Trieste e Assessore alla cultura

Tutti i filmati sono disponibili sul canale youtube dell'Irsml

 
 L’assalto a «Il Piccolo» 1915

 

 Il rogo del Narodni dom 1920

 

 I fucilati di Basovizza 1930

 

 La devastazione della Sinagoga 1942

 

 La Risiera di San Sabba


 

 Gli impiccati di via Ghega 1944

 

 La foiba di Basovizza

 

 L’eccidio di via Imbriani 1945

 

 I fatti del 1953

 

 Il «Centro Raccolta Profughi» di Padriciano

 




Documentario, Italia, 2010
Lingua: Italiano
Durata: 60' circa

 

 




 

  •  Progetti collegati:

 

 


Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste

Po poteh nasilja v 20. stoletju v Tržaški pokrajini




Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia - Deželni inštitut za zgodovino osvobodilnega gibanja v Furlaniji Julijski Krajini
pubblicato con il contributo della Provincia di Trieste - za objavo knjige je prispevala Tžaška pokrajina
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Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste

 

Po poteh nasilja v 20. stoletju v Tržaški pokrajini

 


Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste - Po poteh nasilja v 20. Stoletju v Tržaški pokrajini

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Teodoro Sala

L'Istria tra le due guerre[1]

 

 

 

Per un quarto di secolo almeno – tra il 1918 e il 1943, se si esclude l'ancora incerto destino politico-territoriale aperto dopo l'8 settembre dall'insurrezione del movimento popolare di liberazione e dalla successiva occupazione tedesca – l'Istria entra a far parte dello Stato italiano: giuridicamente col decreto di annessione del 19 dicembre 1920 che segue, con notevole ritardo, le condizioni di fatto create dagli esiti bellici e da un biennio di amministrazioni straordina­rie militari e civili.

Nel panorama di studi locali prodotti dalla storiografia italiana sul fascismo nell'ultimo ventennio[2], la penisola istriana appare o ne­gletta o riassorbita nella complessiva vicenda delle società etnicamente e strutturalmente composite gravitanti sul « confine orientale »[3].

Da quest'ultimo punto di vista la collocazione dell'Istria in un più ampio spazio regionale – la vecchia Venezia Giulia – appare metodologicamente legittima sol che si pensi ad alcune omogeneità cresciute e diffuse in quella unità storico-territoriale: si tratta anche, per quasi cento anni, di unità amministrativa, pur nella diversa desti­nazione statuale e con le modificate articolazioni interne. Sostanzial­mente secondari (o riconducibili alla storia interna stessa della re­gione) appaiono i problemi di nomenclatura geografico-politica che fa­voriscono, da parte italiana, l'adozione poi prevalsa di quella defini­zione. «Vecchia» Venezia Giulia, ricordiamo, rispetto all'esigua parte rimasta nell'ambito dei confini italiani dopo la Seconda guerra mon­diale e destinata, in base alla costituzione dal 1948 e operativamente dal 1964, a far parte della regione a statuto speciale che l'accoppia al Friuli.

La periodizzazione, quindi, più conclusiva e accettabile per questa area storico-geografica deve partire almeno dalla metà del secolo scorso, nel quadro della sovranità asburgica. Ne sono interessati i distretti del cosiddetto Litorale, secondo la nomenclatura amministrativa austriaca. Territori che, con alcune minori ma non irrilevanti modificazioni, en­trano a far parte dello Stato italiano assumendo la prevalente denomi­nazione che tende a individuarli in un primo tempo[4] come una sub­regione, la «Giulia», una delle Tre Venezie[5]. Le quattro distrettuazioni provinciali introdotte dall'amministrazione italiana, Trieste, Gorizia, Pola e poi Fiume (a cui si usa aggiungere quella dalmata di Zara) si vedono unite al Friuli, alla vecchia provincia di Udine. Per quat­tro anni, tra il 1923 e il 1927, quest'ultima comprende anche Gorizia e un suo ampio territorio: provvedimento adottato per non trascura­bili motivazioni storiche attinenti al Friuli orientale appena « reden­to », ma, sostanzialmente, per ragioni di «riequilibrio nazionale». Si voleva cioè, arginare amministrativamente la maggioranza slovena di quei distretti appena annessi.

Eppure la società istriana, per quanto essa stessa frastagliata e differenziata dal punto di vista dei condizionamenti ambientali e nella stratificazione socio-economica ed etnica, conserva una sua unità tra­sparente nella consapevolezza diffusa che ne hanno gli istriani in primo luogo, anche nella diversa e tanto spesso contrapposta identificazione nazionale: croati, italiani, sloveni. Non teniamo conto qui di altre minime entità etniche.

Conviene ricordare – pur con i rischi di una considerazione tanto sintetica – che, dopo il primo conflitto mondiale e in seguito ai trat­tati di pace, l'assegnazione all'Italia della penisola istriana (4300 kmq sui 4956 della distrettuazione austriaca)[6], con una popolazione censita al 1921 di 343.401 abitanti, comportava la presenza di un massiccio, compatto gruppo nazionale croato, articolato socialmente pur nella prevalente economia agraria, già ricco di tradizioni politiche e ammini­strative, di strutture associative, di istituzioni culturali, economiche, di un'efficace rete scolastica. Meno rilevante in Istria, ma non meno strutturata, la presenza etnica slovena[7].

Un tessuto conflittualmente intrecciato con quello della compo­nente illustre italo-veneta, illustre soprattutto nella consapevolezza del­la dirigenza liberale-nazionale che, contrastata sempre più da vicino, domina l'Istria. E' una cultura quella italiana fondamentalmente ur­bana, dei centri medi e piccoli arroccati sulle coste o nell'interno, ca­pace di aggregare e perpetuare anche i nuclei italofoni sparsi nelle campagne.

Con quanta urgenza si ponessero, all'inizio del secolo, i problemi creati dalla radicalizzazione della lotta nazionale in Istria (visti anche i danni che ne derivavano per una moderna crescita della vita politico-amministrativa tale da affrontare le gravi situazioni di miseria e arre­tratezza) è confermato ulteriormente, ora, da una bella lettera, invo­cante il « compromesso », che il dirigente e intellettuale socialista An­gelo Vivante inviava nel 1908 a Salvemini[8].

Proprio il movimento operaio e contadino organizzato sperimen­terà in Istria le sue battaglie forse più difficili, anche nei confronti dell'autorità tutoria austriaca che qui interviene duramente nello scon­tro sociale, rispetto ad altre zone del Litorale e alla stessa Trieste. Una capitale che appare lontana per la sua peculiare, impetuosa crescita ur­bana, commerciale, industriale, per le sue funzioni internazionali, ma anche vicino centro propulsore regionale che cattura sempre nuova forza lavoro dalle sacche adiacenti di sottosviluppo.

L'attenzione si restringe, poi, più precisamente, alla nuova pro­vincia di Pola della distrettuazione italiana (R.D. del 18 gennaio 1923) che raccoglie gran parte del territorio istriano ad esclusione, a nord-ovest, di quella piccola porzione aggregata alla provincia di Trie­ste e di quella, relativamente più estesa a est e nord-est, inclusa suc­cessivamente nella provincia di Fiume sorta in seguito all'annessione del 1924 (Trattato di Roma fra Italia e Jugoslavia)[9]. Una superficie, quella di Fola e provincia, che al 1931 ammonta a poco più di 3.700 kmq con 297.526 abitanti censiti.

Annose e polverose si presentano oggi le controversie sulla consi­stenza delle componenti etniche che, per quanto riguarda l'Istria, do­vrebbe considerare complessivamente i territori divisi su tre province. Contestati a suo tempo i rilevamenti censitari condotti dall'amministra­zione austriaca, contestatissimi quelli italiani (quello del 1921 è l'unico rispetto ai successivi del 1931 e del 1936, a chiedere la denuncia della «lingua d'uso»): per i criteri d'impostazione, per i metodi di applicazione, per le manipolazioni che ne venivano tratte a livello sta­tistico-interpretativo.

Con la più organica politica di snazionalizzazione adottata dal fa­scismo nei confronti delle popolazioni slovene e croate della Venezia Giulia, la composizione etnica della regione diventa un dato ufficial­mente irrilevante.

La terza edizione della guida del Touring del 1934, Venezia Giu­lia e Dalmazia (insistiamo sulle capacità persuasive che tale strumento aveva a livello dell'informazione di massa), citando il censimento del 1921, segnalava – senza dirci i criteri di aggregazione dei dati – che « almeno il 76% della gente abitante il territorio giuliano era, sin da allora, italiana di nascita, di lingua, di costumi e di fede. Le altre na­zionalità si ripartivano come segue: 15,5% sloveni (compresi gli slo­veni già regnicoli, del distretto del Natisone, di sentimenti italiani), 5,5% croati e 3% tedeschi»[10].

Palesava qui i suoi effetti politici, anche sul piano censitario, la aggregazione voluta del Friuli italiano alla Venezia Giulia. In realtà, invece, anche i dati disaggregati della rilevazione del 1921 (aggiornati con Fiume al 1925) denunciavano per la regione (senza le province di Udine e Zara) una complessiva presenza sloveno-croata alla soglia del 37,3% che in Istria (con una maggioranza croata) saliva al 40,1% [11].    Quel che più contava, però, erano le considerazioni generali che nella guida si facevano:

 

Deve per altro notarsi che sono stati compresi fra gli allogeni popo­lazioni di evidente origine italiana, che col processo del tempo avevano croatizzato o slovenizzato le desinenze del loro cognome (...) Come i tedeschi dell'Alto Adige, così gli Slavi nella Venezia Giulia non sono autoctoni, bensì sono il portato, storicamente recente, di un'invasione ar­ginata sin dall'inizio[12].

 

Notiamo come ancora nel 1920, nella bella collana divulgativa pubblicata dall'UTET, Le Nuove Provinole italiane a cura del Brunialti, la monografia dedicata all'Istria (di cui veniva significativamente colta l'unità storico-geografica: ma le stesse tre edizioni della guida del Touring apparse fra le due guerre e dedicate alla Venezia Giulia, descrivo­no partitamente la sub-regione istriana di cui sempre rilevano la « spic­cata unità geografica »)[13] accoglieva i dati del censimento austriaco del 1900 pur prendendone le distanze (« tutte cifre da prendere con le molle!! »):  «gli italiani sarebbero nell'Istria il 40,5 per cento della -popolazione, i Ser­bo-croati il 42,5, gli Sloveni il 14,2, i Tedeschi il 2,1, i Ruffiani e gli abi­tanti di altre razze lo 0,6 per cento»[14]. Non si ricordavano invece i risultati del censimento ancora austria­co del 1910 che appariva ulteriormente sfavorevole alla presenza ita­liana (calcolata al 36,5% con una diminuzione presunta, sempre per l’Istria, di ben quattro punti).

Non vogliamo inseguire un'analisi dei dati possibilmente oggettivi riguardanti la composizione etnica della Venezia Giulia, e dell'Istria in particolare, tra le due guerre mondiali (indubbiamente gli sconvol­gimenti politici, sociali, del movimento demografico, che investirono la regione durante il primo conflitto e negli anni immediatamente succes­sivi, costituirono un momento di svolta e rimescolamento da non tra­scurare): le polemiche sulle zone di confine entrano nel contenzioso italo-jugoslavo, raggiungono i fori internazionali[15] con una virulenza ascrivibile in primo luogo all'aggressività della politica interna ed este­ra del governo fascista, ma riconducibile, poi, alla complessiva rilevan­za che assume in Europa la questione delle minoranze nazionali.

Un episodio ancora, però, vogliamo ricordare che attiene più alle contraddizioni interne al regime e alle sue capacità di lettura della questione nazionale al confine orientale. Dopo il 1936, sulla scorta del censimento generale di quell'anno, il governo di Roma conduce un'in­dagine riservata sulla composizione etnica delle regioni mistilingui. I dati che se ne ricavano (lontani comunque e sempre da una realtà com­plessa e controversa), e che più colpiscono rispetto all'uso fatto da­vanti all'opinione pubblica dei risultati del censimento del 1921, sono quelli che denunciano, su una popolazione della Venezia Giulia di 1.022.593 abitanti (compresa Zara e senza il Friuli), la presenza di 402.091 « alloglotti » (il 39,5%) di cui 252.916 dichiarati sloveni (il 24,7% sulla popolazione totale della regione) e 134.945 croati (il 13,2%)[16].

Significativamente i dati di quel rilevamento vengono presi in con­siderazione dal governo fascista alla vigilia e nel corso della Seconda guerra mondiale. Proprio tra il 1941 e il 1942, in conseguenza delle annessioni operate ai danni della Jugoslavia aggredita e smembrata sotto l'urto di tedeschi, italiani e alleati minori, tutto il confine nord­-orientale è avviato a condizioni irreversibili di instabilità, mentre in­calza il fenomeno del ribellismo. La lettura attenta dell'indagine non solo palesava, al di là di ogni intento propagandistico, la reale preoc­cupazione del governo di Roma per quelli che da sempre erano consi­derati i problemi assillanti dello «slavismo» nella Venezia Giulia, ma l'aumento pur modesto della popolazione sloveno-croata nella regione, almeno così come lo rilevavano le autorità politico-amministrative e ad onta di tutti gli interventi di «bonifica nazionale » operati nel cor­so di un quindicennio, dimostrava di nascondere una consistenza etnica degli «allogeni » ben superiore a tutte le stime ufficiali e ufficiose.

Tra le due guerre mondiali la consapevolezza di un'«identità istriana» permane e appare anzi quasi esaltata. Ciò avviene in un periodo di profonde lacerazioni, preludio alla più radicale frattura nella storia dell'Istria contemporanea, quando, nel decennio 1945-1956, sot­to l'amministrazione jugoslava, una massa dì almeno 200.000 italiani (cifra contestata per difetto) sarà indotta ad abbandonare forzosamente o meno le terre cedute in seguito all'ultimo conflitto: il 59% appros­simativamente dei profughi proviene appunto dalla regione istriana[17]. Risulta quasi ovvia nell'euforia dei «redenti», dopo il 1918, e del soffocamento, poi, degli avversari nazionali e politici, la rivendicazione di quell'identità da parte del blocco nazionale italiano che con sfuma­ture e responsabilità diverse confluirà nel fascismo (vecchio ceto diri­gente liberal-nazionale, nuovi quadri emergenti di estrazione fondamen­talmente piccolo e medio borghese ma capaci di aggregare consensi e passività anche in fasce popolari non solo urbane).

Su questo versante il fervore di progetti per un rinnovamento del­la vita istriana – anche quando chi li promuove non mette in discus­sione vecchi assetti di potere e proprietà, quando mostra la sua voca­zione autoritaria e repressiva e inevitabilmente si impiglia nelle con­sorterie di paese, nel localismo più esasperato – non è manifestazione strumentale o riconducibile solo alla demagogia fascista, almeno sino alla soglia degli anni Trenta e oltre. Autentica appare l'aspirazione va­riamente esternata, ad esempio, ad un diverso assetto politico-ammini­strativo dell'Istria nel quadro regionale annesso all'Italia; altrettanto serie e fondate le richieste di un intervento coordinato dello Stato sul piano legislativo e finanziario tale da non sconvolgere acquisizioni van­taggiose e moderne risalenti alla dominazione asburgica. Sincera la par­tecipazione al dibattito sulle autonomie, forse uno dei momenti più alti tra le questioni che si agitano nel primo dopoguerra giuliano, e che arretra e si spegne di fronte all'incapacità storica di vivere diversa­mente la propria nazionalità, divenuta inveterata intolleranza e chiusu­ra di classe. Violenza aperta e organizzata, poi, in quegli anni cruciali seguiti al conflitto mondiale.

In un settore apparentemente marginale cogliamo una spia di tali processi: pensiamo alla capacità propositiva per studi e interessi civili che emerge nella vecchia e meritoria Società istriana di archeologia e storia patria dove si raccolgono i nomi migliori dell'intellettualità italiana in Istria: a presiederla è anche chiamato l'istro-lussignano se­natore Francesco Salata, già capo a Roma dell'Ufficio centrale delle nuove province. L'insistenza con cui la Società, tra il 1925 e il 1927, si batte per l'estensione a tutte le terre annesse della competenza at­tribuita alla ridefinita R. Deputazione di Storia Patria per le Venezie (già nel 1923 era stato respinto un progetto di quattro anni prima per creare a Trieste una Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giu­lia) non inganna circa il disegno politico-culturale teso a ritrovare nel mito della « Serenissima » – a Venezia aveva sede la R. Deputazione – un puntello più saldo all'italianità delle terre di confine. Quel che in effetti contava era la riaffermata autonomia dell'istituzione istriana che, forte delle sue tradizioni, «continuerà ad esistere e ad agire ... siccome società privata di studi archeologici e storici per la provincia d'Istria »[18].

Quando nel 1924 si pubblica a Roma, a cura della Società, il pri­mo volume dei Lineamenti storici della costituzione politica dell'Istria durante il Medio Evo di Giovanni De Vergottini, l'opera, innovativa nel panorama di studi regionali, non si presenta circoscritta soltanto al rigore della ricerca, ma appare pregiudizialmente attenta a cogliere la «differente influenza che la storia politica esercita sugli istituti di di­ritto pubblico e quelli di diritto privato»[19]. Si manifesta da parte dello studioso l'impegno, nel proprio campo d'indagine, a conferire al­tra dignità al rapporto fra quella storia locale e più ampie esigenze storiografiche.

Tra il 1920 e il 1921 si esaurisce al confine orientale la fase più acuta dello scontro sociale (alla metà del 1920 era parso alle auto­rità militari e civili italiane di percepire il massimo pericolo insurre­zionale)[20], mentre si consolida il blocco d'ordine che sfrutta la paura dello «slavo-comunismo» mostrando di saper utilizzare in modo nuo­vo i vecchi strumenti offerti dal centralismo statale italiano. Determi­nante appare il connubio (trascuriamo qui tutti gli altri fattori del suc­cesso fascista) che si stabilisce tra squadrismo e ambienti militari e paramilitari (quali potevano essere i gruppi reducistici). L'impresa di D'Annunzio a Fiume era già un esempio istruttivo che trascendeva la situazione regionale.

Quel che avviene in Istria in quegli anni non è comprensibile se non si tiene anche conto dei modi in cui si instaura l'amministrazione italiana in un crocevia etnico per lei inusitato, contraddistinto da una forte conflittualità di classi e di mentalità collettive, da un'accentuata radicalizzazione della nuova lotta politica di massa. Quanto al ruolo dei militari, va aggiunto che esso appare esaltato proprio dalla fase di poteri eccezionali estesa per un tempo relativamente lungo alle terre di confine. Non apparteneva certamente alle file bolsceviche il socialista Oberdorfer al quale dobbiamo alcune fra le osservazioni più acute sulla situazione istriana di quel periodo:

 

Data la struttura dell'Istria, con poche strade, e i centri maggiori isolati alla costa o in cima alle colline, congiunti l'uno all'altro e con la città madre, o dai pochi piroscafi costieri, o dall'inverosimile trenino di Parenzo, o da quello di Pola lento e rado, o da modesti servizi d'autocor­riera, il Superiore Governo ha adottato il mirabile sistema di creare di ogni cittadina, d'ogni villaggio, tanti piccoli feudi, sufficientemente indipendenti dall'autorità centrale, perché il signorotto che vi sta a capo – tenente dei carabinieri o maresciallo, o commissario civile, è lo stesso – possa farvi la pioggia e il bel tempo, secondo che detta il capriccio o l'in­teressato consiglio dei maggiorenti del luogo. Le porcherie, le infamie, i soprusi che si compiono in un tale balor­do regime di decentramento, dove il Governo di Trieste interviene si­stematicamente – e non sempre per sua colpa – a cose fatte, per fortuna del buon nome dell'Italia, non sono tutte registrate dalla storia! Ma sono registrate dalle umili cronache delle cittadine e dei villaggi, e passano di bocca in bocca, e creano uno stato d'animo ch'è fatto d'odio per le vio­lenze subite e di disprezzo per l'autorità che, spesso confessatamente, non è stata in grado d'evitarle[21].

 

È la premessa necessaria per capire l'altra faccia di un'identità: il richiamo alla piccola patria istriana attinge ad altre radici tra coloro che negli anni a venire sembreranno gli sconfitti.

Non è senza significato, intanto, che la riassunzione a dignità let­teraria del dialetto istriano-ciakavo croato, strumento di vita quotidiana tra le masse contadine, conosca un impulso nuovo proprio fra le due guerre[22]. E diventi nel contempo arma di difesa, di affrancamento na­zionale e sociale. Le povere parrocchie rurali che, tra le maglie della politica fa­scista, hanno la fortuna di conservare il loro zupnik - pievano, diven­gono luogo di memoria più che nel passato, scuole di catechismo ma anche di lingua e di riproduzione culturale. È la funzione che svolge nel paese anche il narodmak, patriarca o capo naturale, più o meno anziano, legato profondamente alle tradizioni del risveglio nazionale croato in Istria:

 

questi uomini erano la coscienza del villaggio. Si trattava spesso di con­tadini anche agiati, noti per rettitudine ed onestà, perspicacia e buona conduzione della proprietà. Durante le fiere paesane, le manifestazioni re­ligiose ed altre occasioni, i narodnjaci della zona si incontravano, scam­biavano esperienze e notizie, valutando di comune accordo le nuove situa­zioni venute a crearsi, gli avvenimenti più significativi in merito ai quali, era­no convinti, si dovessero assumere posizioni comuni, unitarie[23]

 

Il nonno... agendo con la massima circospezione, riuniva nella cantina di casa i nostri coetanei del paese, ci offriva nocciole e vino, come vogliono le consuetudini istriane, e ci invitava a cantare insieme a lui le canzoni patriot-tiche croate[24].

 

Sbaglieremmo a voler dare un'interpretazione quasi idillica di un mondo contadino attanagliato da crisi gravissime soprattutto fra gli anni Venti e Trenta. Lo sfascio sociale riguarda i contadini poveri ma colpisce anche le medie aziende strette tra le tasse e lo strozzinaggio, col pericolo reale e diffuso della messa all'incanto della proprietà, men­tre le campagne conoscono la piaga dell'abigeato, delle forme ricorrenti di brigantaggio.

È un quadro anche contraddittorio che cogliamo meglio nel mo­mento in cui il fascismo prevale – tra il 1921 e il 1922 – ma sog­getto ad ulteriori modificazioni negli anni a venire quando si svilup­perà la politica di snazionalizzazione e di repressione sociale condotte dal regime. Lo leggiamo, nelle memorie di un oppositore italiano di estrazione operaia, il comunista Andrea Benussi, rappresentante di un'altra fascia di quell'identità istriana alternativa (o complementare):

 

In quegli anni torpidi l'Istria fu teatro di soprusi, di pressioni, di discriminazioni nelle quali alla lotta di classe si aggiungeva l'odio na­zionalistico. Si procedette alla sistematica chiusura delle scuole di lingua croata e slovena, alla proibizione dell'uso di questi due idiomi nei ser­vizi pubblici; si costrinse la gioventù e i contadini a iscriversi al fascio. Quanti non vollero piegarsi a queste pressioni e minacce, preferirono tra­sferirsi in Jugoslavia; altri si adeguarono o per forza maggiore o per cal­coli personali. Divenne fascista la gioventù croata di Marzana, imitata da quella di Peroj, che fu la più sanguinaria verso la gente del paese. Il parroco di Pisino esortò dal pulpito i fedeli a non farsi assassini dei propri fratelli. Contro di lui i fascisti di Pola e Dignano organizzarono una spedizione punitiva. Il sacerdote morì in seguito ai maltrattamenti subiti. I delinquenti non furono condannati[25].

 

L'Istria va seguita nelle correnti dell'emigrazione politica ed econo­mica (anche transoceanica). La funzione di questi gruppi, soprattutto dei politicizzati, tenendo conto di chi all'estero maturava una diversa consapevolezza civile, li rende vero «sale della terra» e punto di rife­rimento ineliminabile per una continuità cospirativa che abbraccia tut­to il periodo fra le due guerre. Essa ha caratteri specifici rispetto ad altre situazioni italiane perché alcune delle centrali di raccolta (Zaga­bria, Spalato, ad esempio; si dovrebbe tener conto del caso diverso rappresentato da Lubiana non solo per l'emigrazione slovena) operano a ridosso più immediato del confine, trovandosi quasi in osmosi con zone in cui la compattezza etnica non ha praticamente soluzione di continuità, malgrado la sorveglianza esercitata dagli organi di con­trollo e repressione italiani.

Il ruolo organizzativo che il Partito comunista d'Italia riveste in questo quadro – tra contraddizioni, sfasature, irrisolti problemi di linea e di intervento politico risalenti anche al complessivo condizio­namento cominternista – viene oggi riconosciuto più frequentemente dalla pubblicistica e dalla storiografia iugoslave[26].

Nel corso dell'ultimo conflitto mondiale, con lo sviluppo del mo­vimento di liberazione dopo il 1941, la presenza dei comunisti croati in Istria (capaci di aggregare anche nuclei consistenti di italiani) trae pro­prio dalle file dell'emigrazione linfa e vigore determinanti. Si confi­gura così nella penisola una modificazione del quadro clandestino co­munista (che è anche programmatica e operativa nei confronti delle fasce popolari in cui si innesta) prima nei termini di organismi paral­leli e poi sostitutivi dei vecchi moduli risalenti al PCdI[27].

Ritroviamo l'appello alla comune identità d'origine nei nomi dati a organizzazioni clandestine (cosi Mlada Istra, La giovane Istria), nel­le testate della stampa che circola fra le due frontiere («Istra»,la rivista di Zagabria). Dal proletariato urbano provengono italiani, croati e sloveni istriani che si ritrovano davanti al Tribunale speciale, nelle carceri, al confino, nella guerra di Spagna. Le reti cospirative, quasi sempre comuniste, ora distrutte dalla polizia, ora risorte in torme embrionali e prive di collegamenti, offrono altre testimonianze. Le ri­troviamo saltuariamente, come lo consentivano le fasi alterne della lot­ta illegale, nelle relazioni di corrieri in viaggio tra i centri esteri e in­terni di partito[28]. Così le condizioni dell'Istria divengono oggetto di analisi sulle pagine lontane di «Stato Operaio»a Parigi, ma anche su quelle de «La Libertà»organo della Concentrazione antifascista e di Giustizia e Li­bertà. Le scopriamo ancora nelle storie di vita degli sparuti gruppi di antifascisti italiani repubblicani, giellisti, anarchici che pure operano tra Rovigno, le bonifiche dell'Arsa e il Fiumano.

Sono tutti indici di lettura che riportano compattamente all'inter­no di una microsocietà regionale pronta ad offrire linee di ricerca re­lativamente autosufficienti sull'arco periodico di una metà del secolo. La prevalente disattenzione, poi, con cui la storiografia sull'Italia contemporanea, e in particolare quella sul fascismo, ha guardato finora all’Istria è forse riconducibile proprio alla chiusura di un ciclo dram­matico che appiattisce la prospettiva storica e sembra rendere irrile­vante nel breve periodo il rapporto di un segmento così piccolo con l'intera società nazionale.

Due sole provvisorie osservazioni potrebbero consigliare un di­verso approccio problematico. La considerazione, intanto, che l'Istria entra nei programmi e nella pratica politica interna ed estera del go­verno fascista con una rilevanza che merita di essere studiata quanto a genesi, sviluppi e risultati. Questa sub-regione diviene una sorta di laboratorio sperimentale dove il regime fa la prova di se stesso, delle capacità di affrontare problemi etnici e sociali complessi, non risolvi­bili sul piano del puro controllo repressivo o con soluzioni più radicali (con lo scambio, ad esempio, di popolazioni, con i paesi vicini).

Può valere, poi, la constatazione che la crisi finale del fascismo, coincidente con la disfatta bellica del 1942-43, appare anticipata al confine orientale. Lo Stato italiano sembra dissolversi in Istria prima che altrove. Quando manca un anno e più dallo sbarco alleato in Sicilia, qui la guerra ha già investito il territorio metropolitano con ope­razioni che non sono più semplici interventi di polizia ma comportano l'impiego nell'area nord-adriatica di grandi unità militari. Col dila­gare della lotta armata partigiana elementi di dissoluzione aggrediscono via via a occidente larghe fasce di popolazione prima ancora del ter­remoto provocato a nord dagli scioperi del marzo 1943.

I saggi che qui si presentano non sono la «storia» dell'Istria in periodo fascista. Tagli e scritture diverse hanno in comune piuttosto l'angolazione del rapporto società nazionale-società locale senza preoc­cupazioni esaustive. Anche la ricostruzione di aspetti minuti interni al fascismo istria­no tende a chiarire in termini più generali e comparativi alcuni nodi nuovi dell'aggregazione del potere. I momenti istituzionali – si veda il caso dei condizionamenti tra Stato e partito o la nascita e lo sviluppo delle organizzazioni di massa – rinviano a effetti di più lunga du­rata sul quadro politico locale.

Lo studio del credito agrario, della sua riconversione selvaggia in un più ampio mercato finanziario, quello della forzata ristruttura­zione fondiaria, scandiscono periodizzazioni più articolate nel dispie­garsi del regime sulla società istriana: ne risultano approfonditi i pro­cessi di espulsione e di proletarizzazione che investono le campagne e che sono poi una delle assi portanti della politica snazionalizzatrice.

Le ricerche sull'economia industriale indagano, da una parte, sugli intrecci con i centri decisivi del capitale, utilizzando una documentazio­ne fondamentalmente nuova (ma il ricorso ad un gran numero di fonti, notevoli per qualità e differenziazione, è comune a tutti i sag­gi), dall'altra, con le esemplificazioni offerte a livello aziendale, esse spiegano senso e meccanismi interni al tasso altissimo di discrezionalità che il padronato ottiene sulla forza lavoro grazie al quadro di regime. Il contributo interpretativo che ne deriva va proprio nel senso di una marcata « sprovincializzazione » degli studi locali.

I problemi demografici, l'attenzione rivolta ad alcuni aspetti costi­tutivi ed evolutivi della morbilità, il rapporto stabilito con le forme dell'assistenzialismo fascista (sottolineiamo specialmente il peso rico­nosciuto a fenomeni di ampio periodo: si vedano i segnali emergenti di una diversa cultura medica) presentano uno spaccato di storia sociale con cui è chiamata a misurarsi la vecchia storiografia politico-istitu­zionale della regione. Anche l'indagine sul brigantaggio istriano invita a riflettere su linee di frattura nuove e decisive che si manifestano al­lora, tra gli anni Venti e Trenta, in un'arcaica società contadina.

Quel che più conta, complessivamente, sono forse i dubbi salu­tari che ne scaturiscono a proposito di schemi interpretativi consoli­dati che guardano ad un'area giuliana per lo più ridotta alla rilevanza che assume il grande nodo triestino. Rispetto al quale le periferie (carsolina, istriana, friulana) rappresenterebbero soprattutto un caso mar­ginale di ritardato sviluppo, mentre esaltata ne risulta, appunto, al limite del mito, una civiltà urbana prevalentemente vista, magari, nel­la sua componente letteraria[29].

La ricerca quadriennale che ha preceduto l'elaborazione dei sag­gi è stata possibile grazie al contributo finanziario e al supporto orga­nizzativo dell'Istituto regionale per la storia del movimento di libera­zione nel Friuli-Venezia Giulia. Gli autori ringraziano a parte per gli aiuti e la liberalità di cui hanno fruito per l'accesso ai fondi d'archivio: sia consentito qui sol­tanto sottolineare quelle forme di collaborazione internazionale che son partite dalla regione Friuli Venezia Giulia, d'elezione deputata a sta­bilirle e consolidarle. Il ringraziamento va innanzi tutto all'Archivio centrale dello stato a Roma e al Historijski Arhiv di Pazin-Pisino (Jugoslavia). Con particolare affetto ci si rivolge ai colleghi carissimi del Centro di ricerche storiche di Rovigno dell'Unione degli Italiani dell'Istria e di Fiume con l'augurio reciproco di ulteriore buon lavoro.

 

 



[1] Si tratta della prefazione al volume S. Bon Gherardi, L. Lubiana, A. Millo, L. Vanello, A. M. Vinci, L’Istria tra le due guerre. Contributi per una storia sociale, ediesse, Roma 1985.

[2] Per alcune considerazioni sulla storia del fascismo istriano v. T. Sala, Catacombe popolate di spettri? in «Qualestoria », a. IX, n. 2, giugno 1981, pp. 3-8.

[3] Dall’ormai classico E. Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Vene­zia Giulia (1918-1923), Laterza, Bari 1966 alla più recente Aa.Vv., Storia re­gionale contemporanea. Guida alla ricerca, Editrice Grillo, Udine 1979.

[4] Utili le osservazioni sui modi d'uso nella denominazione delle regioni di confine in uno strumento di ampia divulgazione, per i tempi, quale la 3a edizione della Guida d'Italia del Touring Club Italiano, Venezia Giulia e Dalmazia, Mi­lano 1934, p. 17.

[5] «Onde l'uso moderno di parlare di tre Venezie, l'una detta “propria” e com­prendente le provincie d'oltre Mincio dell'ex Lombardo-Veneto (esclusa quella del Friuli) divenute poi provincie del Regno; l'altra, denominata Venezia Giulia ed abbracciarne, oltre il Friuli, tutto il territorio più ad oriente, fino al nuovo con­fine d'Italia; la terza chiamata Venezia Tridentina e corrispondente alla parte cisal­pina del Tirolo già austriaco, cioè alla attuale provincia di Trento. [...] Il fatto che a sì vasto territorio si estenda un sol nome non implica però che la regione presenti uniformità nelle sue condizioni fisiche od etniche, né che la sua più naturale divisione sia nelle tre parti indicate. Ben più opportuna sa­rebbe quella che si richiama a nomi di tradizione, secondo i casi, antica, medio-vaie, moderna e modernissima, di Istria, Friuli, Marca Trevigiana, Trentino e Alto Adige». Così la 2a edizione della citata Guida d'Italia, Le Tre Venezie, vol. I(Milano 1925, p. 31). È singolare come tale analitica attenzione alla no­menclatura delle regioni descritte scompaia nella cit. 3a edizione e assuma senso diverso, interno alla « Venezia Giulia ». Del resto la la edizione della Guida, uscita nel 1920 in due volumi, era dedicata già a Le Tre Venezie; con lo stesso titolo, ma in tre volumi, appariva quella del 1925. L'edizione del 1934 (v. in particolare n. 3) è dedicata monograficamente a Venezia Giulia e Dalmazia (per cui a rigore si dovrebbe parlare di prima edizione): nello Sguardo d'assieme. 1. Denominazione (p. 17) è subito richiamato « II nome Venezia Giulia, propo­sto da Graziadio Ascoli nel 1863». Nel 1932 erano apparse in separate edizioni monografiche il Veneto e rispettivamente Venezia Tridentina e Cadore. Circa l'uso invalso del termine «Venezia Giulia» merita ricordare quanto con la bella bibliografia ragionata aggiungeva Ernesto Sestan nel suo lontano studio Venezia Giulia. Lineamenti di storia etnica e culturale, Roma, Edizioni Italiane 1947, p. 126. «fino alla prima guerra mondiale rimase un nome di dotti, quasi di pochi iniziati, senza alcuna popolarità, anche presso gli stessi più accesi ir­redentisti delle terre adriatiche. [...] Le cose cominciarono a prendere altro volto alquanto avanti e poi durante la prima guerra mondiale. Un glottologo aveva dato il nome unitario alla regione; militari e geografi, con i criteri spesso discutibili che sono loro propri si adoperarono a dare alla regione limiti alquanto più pre­cisi, considerando il problema nel quadro generale dei confini d'Italia nella zona orientale [...]; criteri che stupirono anche, tranne poche eccezioni, gli irredenti adrìatici, quand'essi scopersero che, puta caso, anche i "cragnolini" di Adelsberg, come allora si chiamava Postumia, erano Italia: non l'avevano mai sospettato». Le informazioni dell'autore si inserivano in una netta ripulsa delle tesi annessionistiche jugoslave di quegli anni sulla regione, mentre veniva rilevato lo scarso spessore, a quella data, dagli studi storici sempre jugoslavi dedicati alle terre nord-adriatiche.

[6] Per l'Istria nel quadro del Litorale austriaco è sempre valido B. Benussi, Manuale di geografia storia e statistica della regione Giulia (Litorale) ossia della Città immediata di Trieste, della Contea principesca di Gorizia e Gradisca e del Margraviato d'Istria, 2a ed. ampliata, G. Coana, Parenzo 1903.

[7] Una sintetica ma efficace descrizione del perduto patrimonio civile dei croati istriani sotto il fascismo è nell'opera storico-memorialistica (efficace per il lettore italiano e su cui torneremo ancora) L. Drndić, Le armi e la libertà dell'Istria, Edit, Fiume1981, pp. 89-90.

[8] Pubblicata in E. Apih, Come vide la luce «Irredentismo Adriatic». Le lettere di Angelo Vivante a Prezzolini ed a Salvemini in «Qualestoria», a. XI, n. 2, giugno 1983, pp. 3-45.

[9] Un breve riepilogo delle fasi della sistemazione amministrativa delle terre annesse all'Italia in Guida d'Italia, Venezia Giulia e Dalmazia, 3a ed., cit.. p. 52.

[10] Ivi, p. 54. Quando nel secondo dopoguerra il Touring pubblicava la 4a edizione della guida Friuli Venezia Giulia (Milano, 1963) la nota editoriale dava per diffusi a tutto il 1961, 5.781.200 volumi riguardanti le varie regioni italiane (vecchia e nuova collana a partire dal 1914).

[11] Per il dibattito sui censimenti vedi J. B. Duroselle, Le conflit de Trieste 1943-1954, Bruxelles, 1966. Sui dati del censimento del 1921, p. 29.

[12] Guida d'Italia, Venezia Giulia e Dalmazia, 3a ed., cit., p. 54.

[13] Sono le ricordate tre edizioni del  1920, del  1925 e del 1934.

[14] A. Brunialti, Le Nuove Province italiane, V, L'Istria nella natura, nella storia, nell'arte e nella vita degli abitanti, UTET, Torino 1920, p. 77. Per il censimento austriaco del 1910 v. invece J. B. Duroselle, Le conflit de Trieste, cit., p. 28. Nel 1924, prima delle elezioni di quell'anno, un sottoprefetto della provincia di Pola valutava il nucleo croato-sloveno a metà esatta della popolazione assoluta residente in Istria (360.000). (v. il saggio di S. Bon Ghepardi qui pubblicato p. 51; l’autore si riferisce a S. Bon Gherardi, Politica, regime e amministrazione in Istria, in Ead., L. Lubiana, A. Millo, L. Vanello, A. M. Vinci, L’Istria tra le due guerre, cit. pp. 21-80, N.d.R.).

[15] Ricordiamo uno dei testi di parte jugoslava che circolò negli ambienti societari tra le due guerre mondiali: L. Cermelj, Life and Death Struggle of a National Minority (Thè Jugoslavs in Italy), Ljubljana 1936. A quella data, per la stessa iniziativa editoriale (a cura dell'Unione jugoslava delle Società per la Lega delle Nazioni) erano apparse già quattro pubblicazioni in lingua inglese sul proble­ma delle minoranze slave in Italia (nel 1927, nel 1931 e nel 1936).

[16] T. Sala, 1939. Un censimento riservato del governo fascista sugli «alloglotti». Proposte per l'assimilazione degli "allogeni" nella Provincia dell'Istria in «Bollettino dell'Istituto Regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia», a. I, n. 1, 1973, pp. 17-19.

 

[17] Per la ricostruzione storica dell'esodo v. C. Colummi-L. Ferrari-G. Nas-sisi-G. Trani, Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Istituto regio­nale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1980.

[18] L'annessione nel campo degli studi storici. La Regia Deputazione di Sto­ria Patria per le Venezie in «Atti e Memorie della Società Istriana di Archeo­logia e Storia Patria», XXXIX, n. 1, 1927, pp. 219-240.

[19] G. De Vergottini, Lineamenti storici della costituzione politica dell'Istria durante il Medio Evo, Società istriana di archeologia e storiapatria, Roma, 1924, p. 10.

[20] v. M. Kacin-Wohinz, II movimento rivoluzionario nella Venezia Giulia negli anni 1920-1921 in AA.VV., La repubblica di Albona nell'anno 1921 , Raccolta di lavori, Rijeka 1979, pp. 262-263.

[21] A.  Oberdorfer, II  socialismo  del  dopoguerra  a Trieste, Vallecchi, Firenze 1922, p. 78.

[22] v. Z. Črnja, Storia della cultura croata, Edizioni Dometi, Rijeka 1972, pp. 256-257.

[23] L. Dirndić, Le armi e la libertà dell'Istria, cit., ,p. 269.

[24] Ivi, p. 23.

[25] A. Benussi, La mia vita per un'idea, (memorie raccolte da A.  Damiani),(Monografie III, Centro di ricerche storiche, Rovigno), Edit, Fiume 1973, p. 45.

 

[26] V. soprattutto la produzione della storica slovena M. Kacin-Wohinz (spe­cialmente Primorski Slovena pod itdiansko zasedbo 1918-1921, - Gli sloveni del Litorale sot­to l'occupazione italiana 1918-1921, Maribor 1972 e Narodnoobrambno gibanje primorskih Slovence v letih 1921-28 - II movimento di difesa nazionale degli slo­veni del Litorale negli anni 1921-1928, Ljubljana 1977). Per la memorialistica (ma riferito specialmente alla storia dell'Istria) è assolutamente fondamentale il cit. libro di Ljubo Drndic. Per il ruolo del PCdI v. ad es., p. 51; sui rapporti col Partito comunista croato pp. 199 ss. Sul ruolo dell'emigrazione p. 137; esemplificatamente pp. 187 ss.

[27] v. L. Drndić, Le armi e la libertà dell'Istria, cit., pp. 232 sgg.; 267 ss.

[28] V. ad es. in P. Secchia, L'azione svolta dal Partito Comunista in Ita­lia durante il fascismo, Feltrinelli, Milano 1973, 2a, (Istituto G. Feltrinelli, «Annali», XI), pp. 135-137; 180; 465.

 

[29] L'esempio più recente è offerto da A. Ara, C. Magris, Trieste. Un iden­tità di frontiera, Einaudi, Torino 1982, in cui la finezza d'indagine percorre piani diversi e sovrapposti di ricerca, ma l'analisi finisce col privilegiare un primato ottico pressoché assoluto assegnato alla letteratura giuliana.

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