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Insegnare in una regione di frontiera

 

di Franco Cecotti

 

[Il saggio è stato pubblicato sulla rivista «Cooperazione Educativa», a. L, n. 1, gennaio-febbraio 2001, con il titolo Insegnare in una regione di frontiera. Confini visibili, confini non visibili: memorie, identità personali, appartenenze etniche e la difficoltà di educare]

 

 

Insegnare in una regione di frontiera

 

di Franco Cecotti

 

[Il saggio è stato pubblicato sulla rivista «Cooperazione Educativa», a. L, n. 1, gennaio-febbraio 2001, con il titolo Insegnare in una regione di frontiera. Confini visibili, confini non visibili: memorie, identità personali, appartenenze etniche e la difficoltà di educare]

 

 

La scuola in cui insegno sorge su un'altura tra la costa e l'altipiano carsico: da una parte una densa boscaglia verde, gialla o grigia a seconda delle stagioni; dall'altra il golfo di Trieste, con la sua città e l'estendersi del mare, visibile, a seconda delle condizioni atmosferiche, fino ai sobborghi di Muggia o, nei giorni sereni fino alla punta di Pirano in Istria. In altri tempi ho insegnato in scuole di centro città, dalle cui finestre si scorgevano soltanto altri edifici, spesso grigi e consueti, tra lo scorrere del traffico; si trattava di edifici scolastici di epoche lontane, maestosi e austeri, la cui funzionalità ricadeva completamente sull'impegno dei docenti e dei bidelli, più che sulle strutture architettoniche.

I luoghi di lavoro diversi, a cui ho accennato, possono esprime la mia condizione di docente che opera in un ambiente più o meno gradevole, dove svolgere le funzioni consuete dell'insegnante: l'incontro o lo scontro con gli studenti, le multiformi verifiche quadrimestrali o trimestrali, la scrittura dei registri, i rapporti con i colleghi e con i genitori degli alunni, e così via. La mia vita professionale è la stessa di qualunque altro docente, in qualsiasi scuola italiana; nulla mi porta ad operare in modo diverso, né leggi, né consuetudini didattiche, né la formazione universitaria o altro. E non c'è nulla da aggiungere: anche un docente di Trieste o di Gorizia, può arrivare alla pensione, in forze o meno, dopo circa trent'anni di lavoro, senza aver pensato o riflettuto sulla presenza del confine.

Ritengo che oggi sia così per la maggior parte degli insegnanti impegnati nelle città italiane situate in vicinanza dei confini; cioè la presenza di una frontiera può essere ignorata e non considerata influente per l'attività educativa, e nulla, a mio avviso, invita o obbliga a considerarla rilevante.

Certamente si possono individuare le sollecitazioni diverse che influiscono (o dovrebbero influire) su un insegnate di scuola elementare o di istituto superiore, su docenti di matematica o di storia; ma è decisiva, a mio modo di vedere, la scelta consapevole dell'insegnante, la scelta se tener conto o meno della presenza di un confine, la scelta del docente di accorgersi della presenza del confine non lontano dall'edificio scolastico, con le implicazioni che tale presenza determina.

Posso ammirare lo splendido golfo di Trieste, fino alla sagoma della chiesa di Pirano senza considerare o avere coscienza che lo spazio geografico del mio sguardo viene, nella realtà, spezzato dal confine tra Italia e Slovenia e, poco oltre Pirano, da un altro confine tra Slovenia e Croazia, e che lo stesso mare è solcato dalle linee invisibili del confine marittimo. Ugualmente posso insegnare in un vecchio edificio del centro città senza rendermi conto che la scuola è stata costruita dagli austriaci prima del 1918, dedicata negli anni Venti ad un caduto triestino della prima guerra mondiale (combattente volontario con l'esercito italiano), trasformata in ospedale militare, rifugio per profughi alla fine della seconda guerra mondiale e infine nuovamente edificio scolastico.

La consapevolezza di insegnare in un contesto particolare fa parte della sensibilità del docente, è una scelta professionale. Solo in questo caso il confine si carica - anche nella pratica dell'insegnamento - di quei valori di ambiguità che essenzialmente gli vengono riconosciuti: occasione di incontro tra culture e identità diverse, possibilità di arricchimento delle proprie conoscenze e delle capacità relazionali, territorio di scambi, oppure all'opposto il limite dello Stato, la sicurezza o la minaccia per l'identità nazionale, demarcazione tra noto e ignoto (linguistico), territorio a rischio di perdita e di conquista.

Insomma insegnare nella Venezia Giulia e nelle città di frontiera offre la possibilità di un tranquillo (non certamente censurabile) oblio dell'ambito territoriale in cui si opera, o la scelta di tenerne conto con due modalità distinte, quali sono l'apertura verso l'altro, verso realtà meno conosciute o la concentrazione sul proprio particolarismo (etnico, nazionale, culturale).

Tutte queste opportunità sono presenti e operanti nella pratica didattica in uso nella nostra regione. Nel caso dell'oblio gli alunni e gli studenti sono lasciati alla formazione extrascolastica, spesso agli stereotipi sulla storia dei territori di confine e ai pregiudizi sui rapporti etnici, ai luoghi comuni più facilmente assimilabili, ma anche ad un percorso personale, accidentato e duro, determinato dalla cultura e dalla sensibilità della famiglia, dall'influsso del gruppo amicale o dall'incontro sentimentale. Più dialettiche le altre possibilità, legate ad uno sforzo di studio, aggiornamento e confronto, tra docenti e studenti: entrano in gioco competenze culturali, conoscenze storiche, sensibilità relazionali, visioni politiche e ideologiche, che esaltano o mettono alla prova quella che, con linguaggio burocratico, si può definire "professionalità docente".

 

 

Di quali confini parliamo?

 

Quando la scelta è più impegnativa, cioè quando i docenti tengono in considerazione di operare in territorio di frontiera, sono chiamati ad uno sforzo concreto di informazione e di conoscenza, in merito ad un insieme non facilmente districabile di nozioni storiche, geografiche, linguistiche, diplomatiche. Si tratta proprio di uno sforzo - il termine non è usato casualmente -, di una fatica, di una difficoltà oggettiva di inquadramento storico-geografico dovuta sia alla quantità di dati da gestire, sia al condizionamento politico a cui le vicende storiche del confine orientale non cessano di sottostare(1). Il territorio a cavallo tra Slovenia e Italia è in effetti un territorio di confini, geograficamente parlando, e di confini mobili, se consideriamo le variazioni dei limiti statuali nel corso del tempo, in particolare dall'Unità d'Italia ad oggi. Dove nel 1900 la Monarchia Asburgica regnava quale unico stato a nord-est dell'Italia, nel 2000 s'incontrano quattro diverse repubbliche: Austria, Croazia, Italia, Slovenia; nello stesso ambito territoriale si sono succedute formazioni politiche molto varie e di scarsa stabilità: Stato Libero di Fiume (1920-1924), Stato Indipendente Croato (1941-1945), Litorale Adriatico (1943-1945), Territorio Libero di Trieste (1947-1954), Regno di Jugoslavia (1918-1941), e non proseguo oltre in questa semplificazione, a cui si accompagnano occupazioni militari, alternarsi di regimi politici e cambiamenti di nome degli stessi stati. Anche gli aspetti attinenti alla diplomazia sono impegnativi, basti pensare che vanno dal Patto di Londra (1915) al Trattato di Osimo (1975), passando per due conferenze di pace (Parigi 1919 e 1947), per il Trattato di Rapallo (1920) e di Roma (1924), tanto per citare i più noti.

È chiaro, ho accennato ai confini politici, a limiti raggiunti (conquistati o perduti) più spesso con guerre e sangue, che con accordi e trattative: sembrano complessi da capire e lo sono in parte, ma con uno sforzo mnemonico, qualche buona carta geografica e pochi testi sulla questione del confine orientale si può trovare una collocazione nel tempo e nello spazio per le molteplici linee che hanno solcato il territorio della Venezia Giulia. Questi limiti, prodotti da due guerre mondiali, controllati da militari e da finanzieri, che sono stati per lunghi anni il luogo del confronto tra est e ovest, il segno tangibile della "guerra fredda", oggi sembrano delle finzioni incredibili, dei confini inesistenti. L'invalicabilità è stata sostituita con la permeabilità; nel linguaggio ufficioso, ciò si nota nel passaggio dall'espressione "posto di blocco", usata negli anni '50 - '60 per indicare i controlli lungo le strade che attraversano i confini, al più confortevole "valico" o "zona di transito confinario", oggi in uso. Insomma i limiti estremi sono divenuti, in un periodo non eccessivamente ampio, luogo di scambio economico, turistico, relazionale(2) e negli ultimi tempi zona di passaggio massiccio di immigrati clandestini, che attraversano a migliaia(3) quella che fu una parte della "cortina di ferro". Quel confine non è più un limite e si prospetta la sua auspicabile scomparsa con l'unione all'Europa della Slovenia e della Croazia.

Nella realtà e con il passare del tempo si stanno rivelando più durevoli, più solidi e tenaci, altri confini, non visibili, non segnati da paletti, né stabiliti da trattati, ma accettati diffusamente: sono i confini che si sostengono sulle memorie, sulle identità personali, sulle appartenenze etniche. In tale ambito le difficoltà, anche o soprattutto in campo educativo, sono molteplici, complesse, spesso inafferrabili, sfuggenti proprio perché non rappresentabili su una carta, e non separabili da emotività e irrazionalità(4).

La Venezia Giulia si caratterizza storicamente per la presenza di più culture, che si esprimono in lingue diverse, portatrici di identità ben caratterizzate, appartenenti al mondo latino, tedesco e slavo. I richiami etnici, le compattezze nazionali e il loro intrecciarsi hanno determinato ampie possibilità di incontro, di scambio, di ibridazione, ma anche acuti periodi di tensione, di scontri, di chiusure; il contesto internazionale ha concentrato in quest'area dell'alto Adriatico il massimo della violenza nel corso delle due guerre mondiali, il cui risultato più evidente è stato un brusco rimescolamento demografico, con la scomparsa dopo il 1918 della comunità austriaca da Trieste e da Gorizia, l'emigrazione di buona parte della borghesia slovena e croata verso la Jugoslavia negli anni Venti, la scomparsa di una fiorente comunità ebraica durante la seconda guerra mondiale e la quasi totale cancellazione della popolazione italiana dall'Istria, da Fiume e da Zara, con l'esodo di circa 250.000 persone negli anni del secondo dopoguerra.

I segni della violenza sono i paletti di confine più inamovibili e solidi; sono paletti piantati nella memoria di più generazioni, sono il "peso del passato", equamente sopportato da italiani e sloveni della Venezia Giulia, ma anche da sloveni e croati dell'Istria. Il variare del contesto internazionale nell'ultimo decennio e il venir meno del confronto ideologico tra est e ovest ha reso meno fermo il terreno in cui sono conficcati tali paletti; seppure con fatica e contraddizioni si può registrare un graduale passaggio dalla contrapposizione delle reciproche ragioni, al confronto delle stesse e al vicendevole riconoscimento di identità e memorie.

 

 

Ritorno al paesaggio

 

Guardando la costa, dalla finestra della scuola dove insegno, mi incanto ad osservare la linea delle alture che si fanno sempre più basse e dopo i temporali assumono nitidezza e colore. Guardo gli studenti, dentro la scuola, e so che tra loro ci sono figli e nipoti di esuli italiani venuti dall'Istria dopo il 1945, nipoti di sloveni triestini con il cognome italianizzato dal fascismo, in gran parte ormai assimilati, figli di sloveni che hanno scelto di frequentare le scuole italiane, alunni i cui genitori o nonni sono immigrati in questa città dalla Puglia, dalla Sicilia, dal Friuli. Nell'ultimo decennio è consistente la presenza di giovani fuggiti con la famiglia dai Balcani (serbi, bosniaci, albanesi), ma anche di un'immigrazione più lontana, africana e asiatica.

In questo paesaggio deve operare un insegnante di Trieste e di Gorizia, un paesaggio che accanto alla presenza di alunni di recente residenza e cittadinanza (come avviene in gran parte delle scuole italiane) ci sono nipoti e figli di persone che hanno subito la violenza dell'ultima guerra mondiale, di cui permane una memoria mediata dai racconti famigliari, condizionata spesso dall'uso politico e alimentata dalla presentazione stereotipata dei mass media.

Ecco, dare nitidezza e colore a queste classi dalle memorie composite fa parte della scelta, faticosa e dura, di agire per favorire le occasioni di incontro e di scambio, per dare riconoscimento e dignità a tutte le storie individuali e famigliari.

Mi colloco tra gli insegnanti che dei confini si rendono conto, di tutti i confini, quelli segnati nello spazio e quelli cristallizzati nelle coscienze, e mi sento in buona compagnia; infatti se guardo nello scaffale della mia biblioteca, mi accorgo che i volumi letti con fatica in questi anni per documentarmi, per superare l'inadeguatezza da cui mi sentivo oppresso, sono stati scritti da insegnanti di "ogni ordine di scuola", scopro che gran parte della storiografia più recente sulla regione di frontiera in cui abito è maturato in ambito scolastico, gli autori sono i colleghi che ho incontrato nei corridoi delle scuole in cui insegnavo: segnalo in nota i nomi e le opere di questo ideale collegio docenti(5).

 

 

 

 

 

NOTE

  1. Vedi le polemiche sui manuali di storia apparse quasi giornalmente per l'intero mese di novembre 2000 su tutti i maggiori quotidiani d'Italia.

  2. Si infittiscono per esempio le manifestazioni in provincia di Trieste e di Gorizia denominate "Confini aperti", in cui si può "andare oltre" senza documenti e formalità particolari, o vere e proprie kermesse popolari, come la festa dei tre confini, che si tiene ogni agosto su un prato di montagna, dove si incontrano le linee di confine tra Austria, Italia e Slovenia.

  3. La Questura di Gorizia segnala il passaggio di 4397 clandestini nel 1999 e 15.008 nel 2000; vedi Triplicato il fiume di clandestini. Gorizia ormai la nuova Otranto, in "Il Piccolo" del 4.1.2000.

  4. Rimando per i temi sui rapporti tra comunità italiana e slovena alla recente indagine dell'Istituto Wesen di Torino, in M. Colangelo (a cura di), Memorie diverse. Tre generazioni sul confine italo-sloveno di Trieste ricordano il XX secolo, Lint, Trieste 2000; ancora utile l'indagine sociologica di Susanna Pertot, Tostran meje / Al di qua del confine. Problematiche educative in ambiente plurilingue, IRRSAE Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1991; si veda inoltre A. Ara, C. Magris, Trieste. Un'identità di frontiera, Einaudi, Torino 1982 e per uno sguardo sui cambiamenti statuali nei balcani P. Rumiz, La linea dei mirtilli, O.T.E.-Il Piccolo, Trieste 1993

  5. Sicuramente questa lunga lista non è completa (per mia ignoranza), ma comunque significativa del contributo, culturalmente elevatissimo, venuto dagli insegnanti, ad una chiarificazione dei nodi più complessi della storia del Novecento nell'area giuliana e nel contempo di una decisa scelta di capire cosa significa operare in una regione di frontiera: R. Spazzali, Foibe: un dibattito ancora aperto, Trieste, Edizioni della Lega Nazionale 1991; P. Blasina, Vescovo e clero nella diocesi di Trieste-Capodistria 1938-1945, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1993; A. Andri, G. Mellinato, Scuola e confine. Le istituzioni educative della Venezia Giulia 1915 – 1945, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia , Trieste 1994; M. Coslovich, I percorsi della sopravvivenza. Storia e memoria della deportazione dall’Adriatisches Küstenland, Mursia, Milano 1994; AA.VV., Il confine mobile. Atlante storico dell’Alto Adriatico. Austria, Croazia, Italia, Slovenia 1866-1992, Edizioni della Laguna, Monfalcone, 1995 (gli autori sono: N. Biondi, F. Cecotti, S. De Menech, L. Famiani, L. Mendola, F. Pappucia, P. Puissa, P. Russian, P. Stranj, D. Umek, D. Vecchiet);A. Sema, La grande guerra sul fronte dell'Isonzo, voll. I-II, LEG (Libreria Editrice Goriziana), Gorizia 1995-1997; T. Matta (a cura di), Un percorso della memoria. Guida ai luoghi della violenza nazista e fascista in Italia, Electa, Milano 1996; M. Rossi, I prigionieri dello Zar. Soldati italiani dell'esercito austro-ungarico nei lager della Russia (1914-1918), Mursia, Milano 1997; L. Patat, Agli ordini del Duce. Cormons 1921-1945: il fascismo alla periferia dell'Impero, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, Udine 1997; P. Malni, Fuggiaschi. Il campo profughi di Wagna 1915-1918, Consorzio Culturale del Monfalconese, San Canzian d'Isonzo 1998; G. Nemec, Un paese perfetto. Storia e memoria di una comunità in esilio: Grisignana d'Istria 1930-1960, LEG, Gorizia 1998; F. Todero, Pagine della Grande Guerra. Scrittori in grigioverde, Mursia, Milano 1999; A. Visintin, L'Italia a Trieste. L'operato del governo militare italiano nella Venezia Giulia 1918-1919, LEG, Gorizia 2000; S. Bon, Gli ebrei a Trieste. Identità, persecuzione, risposte 1930-1945, LEG, Gorizia 2000; A. Di Gianantonio, G. Nemec, Gorizia operaia. I lavoratori e le lavoratrici isontini tra storia e memoria 1920-1947, LEG, Gorizia 2000. Altri colleghi sono impegnati in ambiti più creativi, ma segnati dall'impegno sui temi del confine; segnalo l'ultimo esito della lunga ricerca letteraria di G. Sodomaco, Caro dottor Freud, Gangemi editori, Roma 1999; le sceneggiature e le produzioni filmiche di F. Stefanini e G. Sodomaco Un secolo magistrale, e A scuola di Giada,Trieste 1999; la Storia di Trieste in CDRom di F. Francescato e B. Pizzamei, edito dal Comune di Trieste nel 2000.

 

 

Atlante-Dizionario del 1914/15

Il Confine orientale

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