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Trieste nella seconda guerra mondiale

di Annamaria Vinci

 

 

Con la pubblicazione degli Atti su "Trieste in guerra" si concludela prima parte di un lavoro di ricerca iniziato nel 1990 sotto la direzione dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia di Trieste e con il patrocinio dell'Amministrazione provinciale della città. In particolare, si tratta dei saggi - in gran parte rielaborati e riscritti - già presentati sotto forma di brevi comunicazioni in occasione del seminario e del convegno internazionaletenutosi a Trieste nel maggio 1991.

Campeggiano per ora al centro dell'analisi i primi anni di guerra: gli "sconfinamenti" temporali nella fase preparatoria immediatamente antecedente ed anche oltre, negli "anni d'oro" del regime fascista sono tuttavia numerosi e deliberatamente scelti, proprio perché l'eccezionalità dell'evento-guerra meglio si può cogliere nella dinamico del confronto.

Come mai - si potrà innanzitutto obiettare - tante pagine dedicate al periodo che va dal 1939 al 1943?

Per la città gli sconvolgimenti più gravi e profondi cominciano dopo, con l'occupazione nazista, con i bombardamenti del giugno 1944, con il feroce dispiegarsi di una guerra che forse in nessun luogo comein questa zona esalta tutti i tratti della "guerra civile, patriottica e di classe" spesso avviluppati e confusi sullo sfondo di uno scontroetnico tra italiani e slavi ormai giunto al suo apice. Le stesse testimonianze orali raccolte in questo volume svelano di frequente un percorso della memoria che volentieri si attarda intorno al biennio 1943-1945: segno evidente di una sofferenza più acuta rievocata da accadimenti assolutamente straordinari.

La risposta più semplice e più ovvia a questi possibili interrogativi è che in tal modo si pongono le basi per rivisitare con nuovo spirito critico proprio quella fase cruciale che si estende - per la verità - ben oltre la data convenzionale del "cessate il fuoco" tra le potenze belligeranti.

Lo sforzo, tuttavia, è stato anche quello di cogliere la peculiare fisionomia dei primi tempi del conflitto mondiale, di solito poco studiati ed in ogni caso osservati come puro e semplice momento di passaggio verso il dopo, verso ancor più tragiche prospettive.

Ad indirizzare l'attenzione in tal senso sono stati essenziali i suggerimenti e gli stimoli emersi nell'ambito dell'ampia ricerca sulle città italiane in guerra coordinata ed organizzata già da qualche anno ad opera dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.

Quali i risultati conseguiti da questo lavoro? 1 diversi saggi offrono contributi importanti anche se non tutti gli obiettivi di partenza sono stati raggiunti: per certi versi si è trattato di fare i conti con una documentazione spesso manchevole, per altri, non sempre è stato possibile stabilire un perfetto equilibrio fra i singoli settori di studio.

Va senz'altro sottolineato che nello svolgimento delle ricerche si è riscontrata una disponibilità a collaborare del tutto inusitata da parte di enti ed istituzioni locali, pubbliche e private: basti ricordare l'esempio della Curia vescovile, ma anche quello della Comunità ebraica, della Camera di commercio, dell'Ente comunale di assistenza, degli Uffici dell'anagrafe e del Provveditorato agli studi che hanno favorito con larghezza e generosità la consultazione dei loro archivi.

Molti materiali inoltre - come il lettore potrà agevolmente constatare - provengono da "fuori città": dall'Archivio centrale dello Stato di Roma, dall'Archivio dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, dall'Archivio dell'Istituto di storia contemporanea di Lubiana.

Non sono mancati tuttavia difficoltà ed ostacoli, anche di notevole rilievo: l'archivio comunale della città è - per gli anni che ci interessano - ancora in riordino; a sua volta, l'archivio di Stato di Trieste ha permesso solo da poco tempo l'accesso ai fondi documentari relativi al ventennio fascista.

Alla passione ed alla pazienza di alcuni nostri ricercatori dobbiamo poi la raccolta di testimonianze orali e di fonti memorialistiche (diari ed epistolari) che, seppur giocate sui toni minori della scrittura popolare e delle espressioni non colte, aprono prospettive assolutamente inedite nel panorama della ricostruzione storica: il palcoscenico del passato si anima così di numerosi soggetti. Nuove voci risuonano, facendo da contrappunto alla "grande storia" ed obbligando spesso a riconsiderare immobili certezze.

Si tratta di fonti che la storiografia nazionale (e locale) ormai da anni conosce e rielabora con sempre maggior accortezza: resta immutato nel tempo, mi sembra, il fascino con il quale esse riescono ad avvincere qualsiasi lettore.

Penso ad esempio alle parole - raccolte da Silva Bon - della sartina di origine ebraica, Giulia Belleli Schreiber, che va incontro all'appuntamento più sconvolgente della sua vita (la deportazione nei lager nazisti e lo sterminio di tutta la sua famiglia) incredula e disarmata, testimoniando così non solo la sua personale sprovvedutezza, ma anche lo stupore e la rassegnazione con cui tutto un ceto sociale, tutto un mondodi povera gente, si appresta a soccombere ad imposizioni tanto più crudeli quanto più appaiono oscure ed inesplicabili. "1 ciol solo i signoroni" prendono solo i signori: si ripete la sartina ancora nel 1943, evocando nella vulgata popolare un topos della propaganda fascista contro la ricca borghese ebraica.

Rassicurata da quelle "voci", benché costretta i lavorare a domicilio dopo il 1938, Giulia Belleli Schrciber aveva pensato di fare della sua casa un rifugio, in attesa di tempi migliori: proprio nel 1943 invece si infrange ogni possibile inganno e la discriminazione antiebraica del fascismo, che aveva sospeso nel vuoto la vita di migliaia di ebrei, diventa anticamera dello sterminio.

Allo stesso modo è il diario di unaperpetua che ritrae gli interni di un villaggio sloveno dell'immediato circondario di Trieste, mostrando tutte le contrapposizioni tra vecchi e giovani, tra consolidate abitudini ed irridenti trasgressioni, tra chi sopporta - in ossequio ad una tradizionale gerarchia di valori - l'ingiustizia del regime fascista e chi si ribella: balza fuori da questo breve racconto - trascritto da Marta Verginella - unarealtà a forti tinte, nient'affatto omogenea, ancora viva e vitale dentro la camicia di Nesso cui il fascismo l'aveva costretta per anni.

Così dalle lettere e dal diario di un soldato al fronte (ritrovati da Marina Rossi e da Franco Cecotti) traspare la sofferenza di una condizione umana durissimo, maanche il fascino dell'avventura e lo sbalordimento per la scoperta, lungo il viaggio che gli fa attraversare quasi l'intera Europa, di mondi nuovi di cui egli, per le sue umili origini e per l'educazione "autarchica" ricevuta nella scuola fascistizzata, non sospettava nemmeno l'esistenza.

Innumerevoli sono tuttavia ancora le novità e soprattutto le sollecitazioni alla riflessione che si possono trarre dai singoli saggi: alla lettura degli stessi di necessità si rimanda.

Ma qual è in definitiva l'impatto della guerra su Trieste?

Con lo scoppio del conflitto, paure, speranze, incredulità, sofferenze e miserie ridefiniscono i contorni della mentalità collettiva e della convivenza civile; la disorganizzazione, lo sfacelo delle istituzioni e la violenza prendono via via il sopravvento. Niente di nuovo sembra insomma accadere a Trieste rispetto ad altre realtà italiane (e non solo italiane). La città, tra l'altro, dei bombardamenti conosce solo il riflesso, attraverso la spocchioso propaganda fascista ed i racconti di paura riportati da amici e parenti e dagli sfollati accolti nelle sue mura.

Di alcune specificità, tuttavia, le singole ricerche rendon conto: l'urto immediato, ad esempio, con la brutale realtà dell'alleanza con i nazisti. L'Anschluss pone infatti Trieste - proprio per la sua vocazione di centro sensibilissimo alle vicende internazionali e danubiano-balcaniche in particolare - nell'occhio del ciclone, minacciando direttamente il suo assetto economico portuale.

L'avversione per i tedeschi diventa allora sentimento diffuso? Di "antigermanesimo" in effetti parlano le carte di polizia: dell'opinione pubblica esse non raccolgono, tuttavia, le reazioni più ambigue e sfuggenti che altre fonti portano invece allo scoperto.

Si va dal pragmatismo degli imprenditori che si predispongono a negoziare con il Reich nazista funzioni e ruolo futuro del porto fino ai limiti dei possibile (un porto franco per la grande Germania?), alle contorte affabulazioni di alcuni ambienti irredentisti, disposti a reinventare tradizioni e ricordi per espungere da essi ogni traccia di ostilità verso l'antico nemico tedesco. Elaborate teorie geopolitiche impegnano intanto una parte del mondo universitario, pieno di zelo nel descrivere la superiore grandezza dell'imperialismo italiano (della latinità rispetto al germanesimo), ma altrettanto incapace di sottrarsi al fascino di un alleato forte e potente, garanzia di future vittorie.

E tutto ciò senza tralasciare l'opera di propaganda, accompagnata da sottili forme di seduzione, che gli ambienti del consolato germanico a Trieste svolgono a partire dal 1938 soprattutto nei confronti delle fasce medio-alte della borghesia locale: spettacoli musicali ed iniziative culturali (si ricordi l'associazione italo-germanica), tè danzanti ed intrattenimenti mondani creano un'atmosfera d'intesa, circoscrivono luoghi d'incontro raffinati ed esclusivi in cui molte nostalgie del passato annebbiano la percezione di una realtà molto diversa.

Allo stesso modo i saggi ben rappresentano quanto accade in città dopo l'emanazione delle leggi razziali: la carica dirompente da esse innescata travolge ogni cosa, impone nuovi equilibri di potere, richiama prepotentemente all'ordine tutta la cittadinanza, scatena bassi appetiti, induce a tutti i livelli vergognose forme di servilismo.

Non è solo la comunità ebraica ad essere colpita e scompaginata: tutte le regole del vivere civile vengono scardinate.

Non è solo con "preoccupata attenzione" - come recitano le fonti di polizia - che la popolazione guarda al nuovo corso della politica fascista: impauriti, ma anche consenzienti, molti (non tutti) si adeguano.

E' come se d'improvviso - in un'atmosfera resa inquieta dai venti di guerra - l'opera di militarizzazione e di controllo dei diversi strati sociali che il partito e le organizzazioni fasciste avevano costruito passo passo negli anni, facesse scattare la sua trappola, rivelando timidamente il suo profilo e la sua forza.

Sulla città si stringono le maglie di una sorveglianze sempre più minuziosa e pervicace in cui tutti gli organismi dello Stato autoritario sono impegnati: dal censimento segreto degli ebrei condotto nel 1938 dagli Uffici dell'anagrafe secondo un'interpretazione molto estensiva delle disposizioni di legge in relazione all'appartenenza alla "razza ebraica"; alla schedatura, avviata con gli inizi delle ostilità dalla locale Camera di commercio, dei beni da sottoporre a sequestro dei numerosissimi cittadini stranieri - ora "sudditi di stati nemici" - residenti a Trieste. Insieme agli ebrei segnalati indipendentemente dalla cittadinanza, viene elaborato un lungo elenco di polacchi, belgi, inglesi, francesi, ma soprattutto di greci e jugoslavi (parte integrante della città da tempi immemorabili) partendo dai nomi più noti e dalle aziende più floride fino alle botteghe dei rigattieri ed ai banchi delle venditrici di candele sui sagrati delle chiese.

L'eccesso di zelo diventa, nell'ambiente locale, norma consuetudinaria.

Su questo sfondo cupo e minaccioso, il Pnf, tentando di riconquistare un ruolo di guida politica, sembra ancora in grado di "mobilitare delle coscienze": il Guf, ad esempio, esalta (e manipola) il radicalismo delle giovani generazioni, la loro "ricerca inquieta" di nuove frontiere che per alcuni gruppi più estremisti coincide con l'ansia di una purificazione razziale condotta senza mezze misure, come segno del distacco rispetto ad un passato troppo poco segnato - a loro giudizio - dalla "rivoluzione fascista".

Dopo la messa al bando - in seguito alle leggi razziali - di notabili influenti ed esponenti di spicco, espressione delle vecchie classi dirigenti di matrice liberal-nazionale, il Pnf diventa, d'altro canto, punto di riferimento dell'irresistibile ascesa di nuovi nuclei della borghesia triestina pronti ad assumere le leve del potere in tutti i scttori-chiave del mondo locale.

In effetti, più che guida politica efficace e sicura per il governo della città e per la stessa tenuta del fronte interno, il Pnf si dimostra ancora capace di mediare interessi di parte e dì tenere legati a sé alcuni strati sociali (o frazioni di essi) dei microcosmo urbano. E' forse per questo che, nonostante l'evidenza della crisi ed il marasma ormai incombente, il distacco dal regime si consuma con lentezza ed in modo discontinuo.

Per altri versi, brandelli dell'ideologia fascista (l'esaltazione dello Stato forte di contro alle debolezze dello Stato liberale, la difesa dei diritti dei popoli giovani alla conquista di nuovi spazi imperiali ... ) conservano a lungo una vitalità insospettata in ambienti insospettabili, quali quelli accademici: la lettura dei testi delle dissertazioni di laurea assegnate nei primi anni di guerra presso le Facoltà di Giurisprudenza, Economia e Commercio e Scienze Politiche dell'Ateneo giuliano è, in questo senso, assai interessante.

L'appello patriottico a rinserrare le fila intorno alla nazione in guerra assume intanto a Trieste (ed in tutta la Venezia Giulia) una risonanza particolare. Se per un verso, infatti, l'invasione della Jugoslavia proietta la città su uno scenario molto più ampio, per l'altro la costringe ben presto nel cerchio delle ancestrali paure del "pericolo slavo", reso ora tanto più oscuro per la contaminazione del "pericolo comunista".

Il regime può quindi orchestrare minacce ed ammonimenti, può tentare nuove forme di legittimazione, muovendosi agevolmente su un terreno già dissodato da un odio antico.

Il processo Tomazic che si svolge nel dicembre 1941 al cospetto del Tribunale Speciale, trasferitosi in seduta straordinaria a Trieste, svela il forte radicamento di una presenza antifascista slovena (comunisti e nazionalisti) nel cuore stesso della città, oltre che nelle campagne del circondario, in Istria, nel goriziano e nel Fiumano: vengono alla luce rapporti con militanti comunisti italiani e con oppositori insorti al di là della vecchia linea di confine, nella Slovenia occupata.

In un fitto intreccio di antichi e nuovi rituali, le udienze si trasformano in un evento senza precedenti: uno spettacolo dato in pasto al pubblico attraverso la radio e per mezzo di una cronaca giornalistica costruita secondo i canoni classici del romanzo d'appendice; una manifestazione della potenza del regime i cui massimi esponenti locali presenziano alle sedute, contornati da uno schieramento tumultuante di squadristi; le nove condanne a morte; il colpo di scena della grazia concessa all'ultimo momento a quattro intellettuali nazionalisti; le note della violenza e della clemenza intonate insieme in una macabra sinfonia.

All'esterno dei Palazzo di giustizia, lo stato d'assedio: le forze dell'ordine e le camicie nere sono mobilitate per una sorveglianza a largo raggio, nei confronti di "tutti gli elementi antinazionali" e nei confronti degli stessi ebrei, capaci - sostiene il questore - di agire negativamente "per vie oblique".

Per la città stordita si celebra così il passaggio tra la prima fase dei conflitto, apparentemente lontano, opportunamente mascherato da alti ideali nazionali, alla seconda, in cui essa è richiamata in prima linea mentre la ferocia della guerra fascista si svela a tutto campo.

Non solo. In occasione del processo, le molte "orecchie" degli informatori fiduciari dell'OVRA registrato un inquieto fermento dovunque, e soprattutto una netta differenziazione tra i "benpensanti italiani" consenzienti con il regime e la "parte slava della popolazione"; tra gli abitanti del centro urbano, tutt'al più mossi da pietà nei confronti degli imputati, e gli sloveni della periferia, minacciosamente ostili. Si tratta forse di vecchi schemi interpretativi attraverso i quali si tenta di imbrigliare una realtà più sfuggente e complicata: resta il fatto che su quelle fratture - di certo non inventare dalle spie dell'OVRA- il regime gioca ora tutte le sue carte, con tanto maggior accanimento quanto più diventa traballante il suo sistema di potere.

Esse restano come solchi profondi sotto la superficie delle esperienze di "esistenza collettiva" che pure Trieste in guerra - per quanto finora si sia riusciti ad appurare - conosce: la fame, la paura, il rischio di morte ridefiniscono in modo quasi naturale le vecchie stratificazioni sociali ed infrangono - magari per un attimo - antichi sbarramenti, anche spaziali, nel cuore stesso della città. Non riescono invece a comporre quelle lacerazioni.

E' la vischiosa eredità del passato che l'evento-guerra non può ribaltare; è il frutto avvelenato di una cultura e di una mentalità esasperato nazionalismo che il regime ha alimentato fino alla fine e che è destinata a sopravvivere - prodromo di ulteriori tragedie - al suo stesso sfacelo istituzionale.

Per voltar pagina sarà necessario accedere ad un nuovo sistema di valori, ad una nuova moralità: uno sforzo enorme, di cui non tutti si dimostrano capaci.

 

 

 

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