èStoria 2013 Banditi- Gorizia Nei giorni 24-26 maggio 2013 èStoria Gorizia, Corso Verdi 107 sarà possibile visitare la mostra Testimoni, giudici, spettatori Il processo della Risiera di San Sabba. Trieste 1976 a cura di Franco Cecotti e Dunja Nanut Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia Narodna in študijska knjižnica - Odsek za zgodovino Biblioteca Nazionale slovena e degli studi - Sezione storica
Aperitivo con la storia Sabato 25 maggio, ore 19, Bar Posta corso Verdi 27/29, Gorizia "La lotta è armata"Estrema sinistra e violenza: gli anni dell’apprendistato 1969-1972di Gabriele DonatoConversano Marco Cimmino e Gabriele Donato Una conversazione che riporta agli “anni di piombo”, quando la sinistra rivoluzionaria compì un salto strategico nell’impiego della violenza come contrasto al sindacalismo riformista, avviando quella stagione di lotte armate che avrebbe avuto il culmine con le Brigate Rosse. In collaborazione con Istituto regionale per la storia del movimento di...
Giovedì 30 maggio 2013, alle ore 16.00, nella Sala di lettura dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia a Trieste in Villa Primc, Salita di Gretta 38, 1° p. si terrà un incontro conNEVENKA TROHA (Inštitut za novejšo zgodovino - Ljubljana) coautrice del volume LA SLOVENIA NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE di Zdenko Čepič, Damjan Guštin, Nevenka Troha (IFSML, Udine 2013) Coordina l’incontro Roberto Spazzali L’incontro trasmesso in streaming sarà visibile all’indirizzo: http://www.youtube.com/user/IRSMLFVG2
Nell’ambito delle iniziative e delle proposte per il centenario della Prima guerra mondiale promosse dall’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia e dalla Provincia di Trieste, dal titolo Una guerra da capire - Strumenti e riflessioni sul conflitto 1914-1918, avrà luogo venerdì 17 maggio 2013, alle ore 17.30, presso il Magazzino delle idee in Corso Cavour (con ingresso lato mare) la proiezione di immagini tratte dal quotidiano Il Piccolo (annata 1914) e da archivi fotografici personali sul tema I primi mesi di guerra: le...
Lunedì 6 maggio, ore 17.30, presso la Sala Tessitori, piazza Oberdan 5, Trieste sarà presentato il volume diGabriele Donato «La lotta è armata» Estrema sinistra e violenza: gli anni dell'apprendistato 1969-1972 Interverranno: Luisa Accati, Università di Trieste Paolo Cammarosano, Università di Trieste Anna Maria Vinci, vicepresidente dell'Irsml FVG Sarà presente l'autore
AVVISO DI COLLABORAZIONE In occasione di una ricerca sulla Prima Guerra Mondiale l’Istituto intende valorizzare i documenti custoditi negli archivi famigliari dei cittadini. Si invitano quanti conservano fotografie e altra documentazione del periodo 1914-1919 relativa a propri parenti o conoscenti (ritratti, gruppi di soldati, album, attestazioni di merito, lettere, ecc.) a contattare l’Istituto per permetterne la riproduzione tramite scanner. Gli originali saranno restituiti ai legittimi proprietari. Telefonare allo 040 44004 (lunedì-venerdì ore 9.30-12.30) Scrivere a
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STORIA DI UN ESODO DISPONIBILIE SU GOOGLE LIBRI
Storia di un esodo. Istria 1945-1956
di Cristiana Colummi [et al.]
con un'appendice di Annamaria Brondani; prefazione di Giovanni Miccoli.
Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1980
X, 659 p., [16] p. di tav. : ill.
può essere liberamente consultato online su Google Libri cliccando qui
«La lotta è armata»
Estrema sinistra e violenza: gli anni dell’apprendistato 1969-1972
di Gabriele Donato
«La lotta è armata»: questo doveva essere il messaggio diffuso dalla foto della pistola puntata alla tempia dell’ingegner Macchiarini, nel marzo del 1972. Le parole sono di Renato Curcio, e si riferiscono al primo sequestro-lampo realizzato dalle Brigate Rosse. Si trattò di un episodio rilevante: i brigatisti avevano deciso di passare definitivamente all’azione. D’altro canto, quella primavera non ebbe un attimo di pace: pochi giorni dopo morì Giangiacomo Feltrinelli, mentre il maggio fu segnato dall’omicidio del commissario Luigi Calabresi.
Quali fattori determinarono un’escalation tanto drammatica? Per quali ragioni tanti gruppi della sinistra extra-parlamentare considerarono persuasiva l’ipotesi della violenza? Perché la tentazione del ricorso ad azioni terroristiche si rivelò tanto seduttiva? Questi sono gli interrogativi affrontati dal testo: la ricerca di Gabriele Donato propone una riflessione attenta sulle motivazioni che spinsero tante e tanti a scegliere la lotta armata, e analizza le argomentazioni grazie alle quali tale scelta trovò una legittimazione negli ambienti dell’estrema sinistra.
Il lavoro si concentra sull’evoluzione delle elaborazioni di gruppi come Potere Operaio e Lotta Continua, e la confronta con la proposta politica delle prime Brigate Rosse: l’esame attento di giornali e documenti dà vita a una comparazione dettagliata, arricchita dall’utilizzo sistematico di fonti di altro genere: interviste e autobiografie in modo particolare.
Ne esce un quadro vivace di anni importanti, segnati da episodi clamorosi (che il libro descrive con cura) e dal protagonismo di personaggi che avrebbero fatto parlare a lungo di sé, come Toni Negri, Adriano Sofri, Renato Curcio e tanti altri.
Collana Quaderni, 28
Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste 2012, 404 p.
ISBN 9788890400698
€ 24,00
Gabriele Donato (Cividale del Friuli, 1976), è dottore di ricerca in Storia contemporanea e insegnante di Storia e Filosofia. Con l’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione ha pubblicato nel 2008 la monografia Sovversivi, dedicata all’antifascismo cospirativo in Friuli fra le due guerra. Negli anni successivi si è occupato del movimento sindacale nel Novecento e della violenza politica nell’Italia degli anni Settanta, tema sul quale dal 2010 ha svolto attività di ricerca presso l’Università di Trieste.
“Un percorso tra i luoghi della tolleranza e dell’inclusione della Provincia di Trieste: una guida”
Progetto realizzato con il contributo della Provincia di Trieste
Cliccare qui per andare al progetto
Dalla tolleranza all’inclusione
di Giovanna Paolin
La parola “tolleranza” oggi è vista giustamente con sospetto. Tolleranza infatti significa accettare qualcuno o qualcosa, ma quasi come un peso da tollerare, appunto, non comprendendo per contro la scelta di riconoscere all’altro parità e piena dignità, la via cioè dell’inclusione. È comunque un termine che ha una nobile tradizione ideologica. Nella prima età moderna l’Europa si trovò dilaniata dalle lotte politiche e religiose, con persecuzioni dolorose messe in atto equamente dai diversi schieramenti ma facilmente identificate dalla voce popolare con la sola storia delle Inquisizioni cattoliche, prima quella medievale, poi quelle iberiche e quella romana. Non fu facile il compito di quei pensatori che fin dal Cinquecento, per citare solo Erasmo da Rotterdam e Sebastiano Castellione, tentarono di aprire un dibattito sul concetto di tolleranza, di quanti come Montaigne meditarono sulla relatività delle differenze. Fu il solo sovrano di Ungheria Giovanni II a raccogliere questa sfida, fino a promulgare nel 1568 un editto di tolleranza contro le discriminazioni religiose, mentre la Pacificazione di Augusta (1555), l’Editto di Nantes (1598), o la pace di Vestfalia (1648), ebbero una valenza ideologica assai più limitata. Il viaggio dei puritani Padri Pellegrini (1620) alla ricerca di una nuova terra di libertà sembra una buona immagine di quanto l’Europa faticasse ad accettare nel suo seno le diversità ideologiche. Lo sviluppo del pensiero però, in particolare dal pieno Seicento, avviò gradualmente la scoperta di modelli nuovi e la stagione poi dell’Illuminismo seppe, nelle sue diverse anime, dare frutti straordinari, pensatori come Locke e Voltaire seppero dare contributi fondamentali allo sviluppo dell’idea di tolleranza. Si esplorarono tra l’altro nuove frontiere in campo giuridico e in quello politico. Questo percorso complesso ed entusiasmante portò infatti alla scrittura di testi fondamentali sui diritti, alla Costituzione americana, alla Dichiarazione francese. Questi documenti sono rimasti come tappe centrali nel cammino dell’Occidente, ma la strada verso una vera capacità di inclusione, la conquista di un riconoscimento di parità capace di allargarsi a tutti sarebbe stato ancora lungo e difficile, fino ad oggi. La lotta per eliminare le discriminazioni, di ogni tipo, sembra infatti riaccendersi costantemente sotto la pressione di tensioni e paure, specie nei momenti di crisi.
La piccola città di Trieste fin dal Medioevo aveva, forse per necessità di sopravvivenza, di fatto adottato un costume di inclusione delle diverse anime del territorio, costume che era sopravvissuto, con qualche momento di difficoltà nella seconda metà del Seicento, fino alla decisione imperiale di apertura del Portofranco (1719). Da Vienna allora si scelse di dar vita ad una nuova politica di economia portuale e nei decenni successivi venne deciso, ovviamente, di mettere in atto una politica capace di attirare investitori di ogni provenienza. Come d’uso per queste istituzioni, vennero concesse delle patenti, che garantivano ai diversi gruppi libertà di associazione e di rito. Il più tardo e generale Editto di tolleranza (1781) emanato da Giuseppe II risultò in realtà molto meno aperto rispetto alle locali patenti già in possesso alle diverse comunità e semmai si rivelò importante la scelta di riordinare amministrativamente e vendere delle proprietà ecclesiastiche, come l’antica chiesetta di San Silvestro, che passò così a quella che è oggi la comunità elvetico-valdese. Per questo la parola “Tolleranza” a Trieste è evocativa di un’epoca e di eventi molto importanti. In una città posta nell’ambito di un impero multinazionale, divenuta rapidamente cosmopolita e ricca di personalità impegnate nel commercio internazionale, nelle assicurazioni e nelle imprese di navigazione, basti ricordare tra tutti i baroni Pasquale Revoltella e Karl Ludwig von Bruck, molti guardavano con disincanto e libertà a diversità e confini, statali o di gruppo. Questo clima inclusivo, pur ormai limitato dall’idea di tolleranza, restò quindi in qualche modo sotteso al modo di vivere locale, anche se dall’Ottocento in poi travagli drammatici funesteranno queste terre, ideologie e tensioni nazionali porteranno a situazioni quanto mai amare e difficili, prima che potesse essere faticosamente riscoperta e rivalorizzata la preziosa strada dell’inclusione, del riconoscimento della ricchezza portata dall’accoglienza delle diversità.